MARCANTONIO BRAGADIN IL MARTIRIO – 17 AGOSTO 1571

da ‘La Republica del Leone’ di A. Zorzi

I Turchi devastano i bastioni con le mine, continuano ad attaccare in forze, senza dar tregua ai difensori, ridotti a non più di cinquecento uomini. La popolazione chiede apertamente la resa. Dopo essersi consultato con gli altri comandanti, Bragadin decise di trattare. Ma non personalmente: quando Mustafà manda un parlamentare con una proposta di tregua, risponde orgogliosamente: < Io non voglio neanche vardar ‘sta domanda del turco >. Orgoglio, o consapevolezza? I fatti gli daranno ragione. Sarebbe stato meglio per lui e per tutti morire sotto le macerie della città che affrontare un destino molto più atroce.
Il primo agosto 1571 la tregua fa tacere il cannoneggiamento. Il plenipotenziario di Lala Mustafà presenta il documento della capitolazione, un gran foglio di carta bianca con appesa una bolla d’oro fino sulla quale è scolpita l’effige del Sultano, promettendo e ‘giurando per Dio et sopra la testa del Gran Signore di mantenere quanto nei capitoli si conteneva’. I “capitoli” concordati prevedono: passaggio salvo e sicuro dei superstiti fino a Sitia, nell’isola di Creta; imbarco garantito e indisturbato delle truppe a tocco di ‘tamburo, con le insegne spiegate, artiglieria, arme et bagaglio, moglie et figli’, libera partenza per i Ciprioti che vogliono seguire i Veneziani e nessuna molestia agli italiani che desiderano rimanere a Famagosta; infine, i Ciprioti rimangono ‘liberi patroni delle sue facoltà ‘ e non vengano offesi ‘né in honore né in roba’, con due anni di tempo per optare se rimanere sottomessi al Turco o trasferirsi altrove a cura e spese delle autorità ottomane.
Sono condizioni più che onorevoli, e Mustafà le approva esplicitamente, salvo per quanto riguarda le artiglierie. Assieme al documento firmato, egli si dà premura di far avere a Bragadin anche i salvacondotti per Creta. Il 2 agosto incominciano le operazioni d’imbarco. Il 5 tutto è già sistemato; Marcantonio Bragadin manda a chiedere a Mustafà quando desideri ricevere le chiavi della città. Sono le norme del galateo militare del tempo, e Mustafà mostra tutte le intenzioni di volersi uniformare: risponde che è a sua disposizione, che lo vedrà con piacere ‘atto il gran valore et previdenza che aveva mostrato’, e che sarebbe lietissimo di conoscere, in quell’occasione, ‘li capitani che nella fortezza hanno mostrato tanta bravura’.
Ecco dunque Marcantonio Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni e dagli altri comandanti veneziani, presentarsi alla tenda di Lala Mustafà. l’accoglienza è cordiale. Il pascià si mostra ‘allegro’, fa sedere tutti di fronte a lui, la conversazione è cortese. Ma quando il provveditore veneziano gli consegna le chiavi dicendo: < Vi do queste chiavi non per mia viltà ma per necessità >, muta improvvisamente registro. < Che hai tu fatto delli miei schiavi che avevi nella fortezza? So io che tu gli hai ammazzati > grida, e rivolgendosi ad uno degli schiavi liberati: <Dove sono i tuoi compagni?>. Lo schiavo accusa Bragadin di averli fatti decapitare; il provveditore risponde che non è vero, che Mustafà può controllarne l’esistenza di persona, uomo per uomo, nella città che ormai è sua. Ma è evidente che Mustafà cerca argomenti di litigio, incalza il provveditore di domande, gli chiede dove sono le munizioni, dove sono le vettovaglie, e quando Bragadin gli dice che non c’era più nulla, che di ogni cosa, nella piazzaforte, ’si era venuto al fine’, imbestialisce. < Ah cane, perché dunque tenermi la città se non avevi con che mantenerla? perché non ti sei reso un meso prima et non farmi perder tanti uomini? >
I visitatori sono afferrati, legati, il pascià dà di piglio al coltello e mozza un orecchio al Bragadin, gli fa mozzare l’altro da un soldato, ordina l’eccidio di tutti coloro che sono venuti con lui, afferra la testa mozza di Astorre Baglioni e la mostra alle truppe gridando: < Ecco la testa del gran campione di Famagosta >. Poi fa legare Bragadin, gli fa stringere due o tre volte il cappio al collo come per impiccarlo, lo copre d’insulti.
Intanto le truppe hanno rotto i cordoni, si sono avventati in città, ammazzano tutti gli Italiani che trovano, violentano le donne dei Ciprioti; la mattina dopo assaltano le navi in attesa di partire per la Creta, fanno sbarcare prima le donne e i bambini che vengono rinchiusi in attesa di essere venduti schiavi, poi gli uomini, che vengono subito spediti a remare, schiavi ‘da remo’, nelle galee. Davanti alla tenda di Lala Mustafà si ammucchiano le teste, se ne contano trecentocinquanta, tra le quali quelle dei principali funzionari veneziani. Lorenzo Tiepolo e il capitano greco Manoli Spilioti vengono trascinati a pugni e a calci per le vie prima di essere impiccati e squartati; le loro carni vengono date ai cani.

E Bragadin? Bragadin è ancora vivo; per lui il peggio deve ancora venire. Otto giorni dopo Mustafà si reca a vederlo assieme ad un santone, gli propone di farsi musulmano in cambio della vita. Il Veneziano risponde rinfacciandogli il tradimento della parola data, gli getta in faccia ingiurie sanguinose. Il 15 agosto viene celebrato il suo martirio. E’ sofferente, la testa gli si è tutta infettata per le orecchie tagliate; per divertire la truppa, viene fatto passare avanti e indietro di batteria in batteria, carico di grosse gerle di terra e di sassi, i soldati si divertivano a farlo inciampare e cadere. poi,’strassinandolo più morto che vivo’, lo attaccano a un’antenna di galea, alzata in verticale così che tutti gli schiavi cristiani ammucchiati nelle navi lo possano vedere. Dopo un ‘ora di supplizio ( i Turchi gli gridano: <Guarda se vedi la tua armata, guarda il gran Cristo, et se tu vedi il soccorso di Famagosta….>) viene calato giù e, nudo, legato ad una colonna ,viene scorticato alla presenza di Lala Mustafà. Le sue membra squartate vengono distribuite tra i vari reparti dell’esercito, la pelle, riempita di paglia e ricucita, viene rivestita delle sue vesti, con in testa un cappello di pelliccia, ‘in guisa che pareva vivo’. Quei poveri resti, issati a cavallo di un bue, vengono fatti passeggiare per tutta Famagosta ‘per dare più terrore al sbigottito popolo’. La pelle, con le teste di Astorre Baglioni, del generale Martinengo e del castellano Andrea Bragadin, viene poi portata in giro e mostrata dovunque sul litorale asiatico, prima di finire a Costantinopoli, da dove, trafugata, giungerà a Venezia anni dopo. E là troverà finalmente sepoltura, dapprima nella chiesa di San Gregorio, poi ai Santi Giovanni e Paolo, dove ancor oggi si trova.

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