REFERENDUM PER IL RITORNO AL PASSATO: da Venezyland a Venezia.

Quando si dice Venezia, tutti, ma proprio tutti, si riferiscono all’unica e millenaria Capitale del Veneto, immersa nella Laguna e contornata dalle sue meravigliose isole. Nessuno, al contrario, nomina Venezia per comprendervi anche Mestre e Marghera.Diapositiva1 Già durante il millenario governo della Repubblica Serenissima, col suo ‘Stato da mar’ e con quello ‘da tera’, Mestre non apparteneva al dogado veneziano, ma era, amministrativamente, unificata con Treviso. Dopo l’annessione savoiarda, attraverso un Plebiscito truffa, Mestre mantenne la sua autonomia. Fu solo con il regime fascista, nel 1926, che con un colpo d’imperio ispirato dal ‘Conte’ Volpi, si diede origine ad un ibrido tuttora esistente: il Comune unico Venezia-Mestre. Dal dopoguerra in poi, con la velocizzazione dei trasporti, la Laguna che per secoli era stata fonte di ricchezza, divenne un ostacolo che poneva la Città fuori mercato. Ogni merce, infatti, prodotta o introdotta a Venezia subisce un segmento di trasporto in più, cosa che non avviene in terraferma. La politica, o meglio, la partitica, non ha mai voluto riconoscere questo ‘handicap’ che ha finito per strangolare l’economia veneziana, costringendo le numerose attività industriali, commerciali, artigianali ad emigrare in terraferma per sottrarsi agli alti costi del produrre in laguna . image.PNGEsodo, giocoforza, imitato dai Veneziani alla ricerca di lavoro. Nessuna delle amministrazioni locali susseguitesi dal 1945 in poi ha saputo ostacolare questa lenta agonia. Il mancato riconoscimento della sua specificità, la scellerata omologazione di Venezia a qualunque altro comune italico ha avuto conseguenze disastrose! La Serenissima, in un quarantennio ha subito l’esodo biblico dei suoi figli, costretti ad emigrare per sfuggire alla disoccupazione, non solo, ma anche perché impossibilitati ad affittare casa o ad acquistarla per gli alti costi lievitati a causa di una forte domanda per una seconda casa a Venezia da parte dei ‘foresti’. Faceva chic dire, nei salotti bene, di avere la casa in Laguna, senza rendersi conto che comprando quella casa, si sfrattava, di conseguenza, una famiglia veneziana. Il numero degli sfratti, non per morosità, ma per speculazione, alla quale i veneziani proprietari di case non si sottrassero, in pochi anni decuplicò. Da 170.000 gli abitanti si sono ridotti a 54.000, 80.000 contando quelli delle isole. Al contrario Mestre, divenuta rifugio dei profughi veneziani, in pochi anni crebbe demograficamente, a tal punto, da triplicare i suoi abitanti per la gioia degli speculatori edili. Risultato: uno sviluppo edilizio anarcoide senza paragoni, criticato ed indicato come esempio negativo nei testi universitari di urbanistica. La speculazione, però, non si fermò. Essa allungò le sue mani rapaci anche su Porto Marghera.

VENEZIA 10/10/06 FOTO AEREA PORTO MARGHERA VENEZIA  © GRAZIANO ARICI

Fu sottratto così alla Laguna un terzo della sua superficie impedendo la libera espansione della marea con interramenti chiamati ‘imbonimenti’ e ‘casse di calmata’ che causarono in pochi anni un aumento esponenziale delle acque medio-alte, le più pericolose per le fragili fondamenta cittadine. Su queste aree venne creato il polo chimico-industriale che giunse ad occupare 45.000 operai, ma che in cambio regalò a Marghera, Mestre e Venezia, laguna compresa, un inquinamento senza eguali in Italia.

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Aria e terra si caratterizzarono per micidiali inquinamenti da diossine, polveri sottili, etc. etc., con tragiche conseguenze per la salute degli operai in primis e per gli abitanti in secundis. La Laguna, a sua volta, divenne una miniera di metalli pesanti: mercurio, cadmio in abbondanza nonché migliaia di tonnellate di fanghi tossici. Non bastava a Venezia la perdita dei suoi abitanti, dovette subire questo ulteriore insulto, senza che le ‘autorità’ muovessero un dito. Questa è la situazione drammatica di una splendida Città ridotta allo stremo economico e demografico e considerata il ‘centro-storico’ di una assurda, illogica, fasulla unione chiamata Venezia-Mestre di 270.000 abitanti! Per impedire il peggioramento di questa tragica situazione e ripristinare quella antecedente alla decisione fascista del 1926 si sono tenuti ben 4 referendum.

 

Tutti decisamente ostacolati dalle amministrazioni di ‘sinistra’, dal 1975 al potere amministrativo. A parole si pronunciavano contro l’esodo degli abitanti, contro la monocultura turistica, contro l’uso capitalistico della Città e della sua Laguna, nei fatti si realizzava la storica ’doppiezza’ dell’italica sinistra, legandosi a gruppi d’interesse economico-industriale che vedevano Venezia come un’ottima occasione per lucrosi affari.
La partitica, al servizio di questi interessi, ha svolto per anni il ruolo di pompiere nei confronti dei lavoratori veneziani appannando e indebolendo il loro allarme per il declino della Città, eliminando così ogni possibile ostacolo all’aggravarsi della situazione. Durante il 2014 si sono raccolte quasi 10.000 firme (ne bastavano 7.000) per un nuovo referendum (il quinto) per il ripristino dei due Comuni al fine di spezzare la perversa unione di Venezia con Mestre causa di infiniti danni economico-sociali. Per la prima volta dopo tanti anni di atteggiamento succube, l’opinione dei cittadini si dimostra favorevole all’autonomia dei 2 comuni. Di questo cambiamento ha tenuto conto il Consiglio regionale del Veneto, che agli inizi del 2017 ha riconosciuto la legittimità della richiesta referendaria, dando così il via libera alla consultazione.

 

Logico sembrava l’obiettivo di far coincidere in un’unica giornata: il 22 ottobre 2017 l’apertura dei seggi per entrambi i referendum, sia quello per una maggior autonomia del Veneto che quello per il ripristino dei due Comuni di Venezia e di Mestre. Ciò per conseguire due risultati: il risparmio economico da un lato e garantire una maggior affluenza ai seggi elettorali dall’altro. La logica, purtroppo, non entra negli schemi della politica che ragiona sempre, opportunisticamente, in base al proprio interesse. Così il fucsia-sindaco Brugnaro, sebbene in campagna elettorale si fosse unito agli autonomisti per il ripristino della situazione ante 1926, raggiunta la vittoria, si è messo sotto i piedi l’impegno elettorale. Il nostro sindaco che per legge e non per consenso delle urne, è anche a il capo del Consiglio della cosiddettà Città Metropolitana, fucsianamente, ma non democraticamente, si è detto contrario alla consultazione referendaria definendola illegittima rispetto alla legge che disciplina la città metropolitana. Se, infatti, il referendum avesse un risultato positivo per il ripristino dei due comuni, egli, non sia mai, perderebbe il diritto alla poltrona di ‘primus inter pares’ fra i sindaci dell’area metropolitana. Per evitare tale perdita, dannosa per il suo delicato posteriore, ha minacciato, a nostre spese, un ricorso al T.A.R. sostenuto non solo dalla maggioranza, ma anche dalla parte piddina dell’opposizione in Consiglio comunale. Gli intrallazzi tra Comune e Regione, poi, hanno avuto la conseguenza di rinviare sine die il referendum per l’autonomia dei due comuni. Va, anche, detto che questo inciucio non ha trovato ostacoli per un’anomalia che caratterizza da decenni la composizione politica delle nostre istituzioni locali. Nel Consiglio regionale del Veneto, infatti, non c’è nessun veneziano che rappresenti fisicamente e politicamente la Città capoluogo. Lo stesso dicasi per la Città metropolitana, così come nella nostra giunta comunale (tranne qualcuno proveniente dalle isole) non è presente alcun assessore residente in Venezia. Inoltre nel Consiglio comunale il maggior numero dei consiglieri proviene da Mestre, con le conseguenze politiche che ognuno può immaginare. Questo deficit di rappresentanza veneziana nelle istituzioni si caratterizza nel sindaco Brugnaro proveniente dalla provincia di Treviso e in un assessore originario di San Donà di Piave di cui è stato sindaco.

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Questi personaggi conoscono talmente poco la nostra Città che dovendosi spostare da un sestiere ad un altro hanno bisogno del tom tom! Questa è, dunque, la situazione a livello istituzionale. Di conseguenza i problemi che sempre più gravi assillano la nostra Città non trovano nessuna voce competente in grado di risolverli, ma neppure di denunciarli. Esiste un alternativa? Se esistesse non potrebbe esser altro se non quella di riconoscere a Venezia ciò che , al di fuori di essa, tutto il mondo le riconosce: la sua specificità, la sua unicità. Per riuscire, a livello locale e nazionale, ad affermare tale caratteristica, la condizione necessaria è che Venezia torni ad esser Comune autonomo, governato da rappresentanti eletti e controllati da cittadini veneziani. Ciò consentirebbe di potersi battere, a tutti i livelli, per ottenere, come altre città europee, il riconoscimento di Città a Statuto Speciale e di Città-Stato. Solo così, infatti, Venezia e la sua economia potrà tornare competitiva battendosi, a pari condizioni, sui mercati nazionali ed internazionali. Si bloccherebbe l’esodo delle sue attività produttive e di conseguenza quello, inarrestabile, dei suoi abitanti, innescando un circuito virtuoso di ritorno alla Grande Madre. Se ciò non dovesse accadere nulla più fermerà l’aggravarsi del degrado che già oggi, con il contributo di 30 milioni e più di turisti all’anno ha trasformato la natura e i connotati stessi di questa città. Sarà Venezyland: museo a cielo aperto, in cui le lobby del turismo mondiale sguazzeranno come già fanno a loro piacimento. Continuerà fino alla fine la trasformazione degli storici palazzi in hotel pluristellati per il turismo d’elite. Mentre per quello dei meno abbienti resteranno gli appartamenti ridotti in bed’n’breakfast o in ostelli, al limite in affittacamere in nero.

 

Così pure per il turismo di massa, il più devastante, aumenteranno
le paninoteche, le surgelatpizzerie, la paccottiglia, sia nei negozi che nelle strade, dove domina la mafia del commercio abusivo, indisturbato dai poteri che dovrebbero perseguirlo. Aumenteranno i borseggi degli ignari turisti da parte di zingari e rom in ogni dove, liberi di alleggerire il portafogli di chiunque gli capiti a tiro.

 

Ci saranno sempre meno servizi per gli abitanti mentre crescerà il già eccessivo numero dei mezzi di trasporto pubblici e privati, che con il moto ondoso da essi provocato nei rii, peggiorerà la situazione delle fondamenta cittadine. Si scaveranno altri canali, con profondità incompatibili con l’equilibrio idraulico, per consentire l’approdo degli enormi transatlantici, contribuendo in tal modo alla definitiva trasformazione della laguna in un braccio di mare.

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Siamo arrivati al dunque.

Chi dice di amare Venezia, la sua bellezza, la sua arte, la sua cultura, la sua storia millenaria e la vuole preservare non ha altra scelta. Quella, cioè, di sostenere personalmente e coerentemente, la lotta degli ultimi veneziani che si battono per arrestare questo degrado con il Ripristino dei due Comuni Autonomi, preparando così, un futuro alternativo e virtuoso per la salvezza della nostra Capitale.

Gruppo WSM

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