A FAVORE DELL’AUTONOMIA DEL VENETO

A FAVORE DELL’AUTONOMIA DEL VENETO

MASSIMO TOMASUTTI

La voglia autonomista del Veneto pare sia destinata a realizzarsi in questo nuovo 2017. “Porteremo nel 2017 i Veneti al referendum sull’autonomia … vogliamo vedere riconosciuta in Costituzione la stessa autonomia di Bolzano” ha recentemente sostenuto il Governatore della Regione Luca Zaia. E allora, ci si chiederà, se non si tratterà di una vera “Indipendenza” dallo Stato italiano ma ‘solo’ di “Autonomia” perché perorarne comunque le buone ragioni? Sarà sufficiente questa speranza autonomista per appagare i desideri di “felicità” e di autogoverno delle genti venete? Non sarà anche questo, forse, un inganno che sfrutta il bisogno dei veneti di procedere verso il sogno di una terra o di una “piccola patria” finalmente ‘liberata’ dall’oppressiva politica fiscale romana? Ha scritto lo storico statunitense Frederic Lane che “un autore può sperare di essere perdonato se scrive soprattutto su ciò che conosce meglio”. Facendo, così, tesoro di questo prezioso consiglio quello che segue è dunque un mio breve, assai succinto, itinerario sulle ragioni culturali per le quali ritengo oggi occorra spendersi favorevolmente a favore del referendum autonomista del Veneto. Al di là delle evidentissime, sacrosante, ragioni di natura fiscale – il Veneto regala ogni anno a Roma qualcosa come 20 miliardi (residuo fiscale), ossia la differenza tra il gettito ed i soldi che ritornano nei territori sotto forma di spesa pubblica -, che se riconosciute dallo Stato centrale attraverso uno statuto speciale sul modello siciliano e/o altoatesino porterebbero nelle casse venete un bel po’ di quattrini in più (e di Benessere collettivo) vi sono, infatti, anche delle profonde ragioni di natura antropologica, che non si possono oggi non tenere in debito conto parlando di un’auspicabile Autonomia istituzionale della Regione. Il Veneto, come entità sociale e culturale, non nasce da un nulla storico. Il suo territorio – da non confondere in una mera, gretta accezione burocratica/geografica -, è prima di tutto un fatto “culturale”, oltre che “fisico”, che non può essere svilito o negato affermando che “non esiste” o, peggio, che esso sia “indefinito”(Ulderico Bernardi, Paese Veneto, Firenze 1990). Piaccia o meno, i Veneti come ‘specie umana’ appartengono – come tutte le differenti, multiformi, specie umane – ad una specifica Natura, ad un proprio particolare Habitat. La Cultura veneta (intesa come “modello globale”) si è secolarmente innestata ed ha interagito con i dati naturali del territorio in cui ha operato ed è stato proprio in virtù di questa secolare, incessante interazione culturale – e delle conseguenti capacità prodotte –, che i veneti hanno vissuto sviluppando proprie, “autonome”, caratteristiche particolari (mentali, culturali, fisiche, psicologiche). Una varietà interdipendente di “qualità” specifiche, dunque, che sono tutte confluite in un specifico modello culturale veneto. Ottenere l’Autonomia politica, ossia la “specificità” stessa del Territorio, significa, in chiave antropologica, porre le basi per riottenerne anche l’identità simbolica del Veneto, il “senso” stesso della sua esistenza storica; un “bene collettivo” che va oltre i meri vantaggi economici e fiscali che ne deriverebbero. L’identità Veneta, dunque. Un concetto certo sottile, sfuggente, complesso. Forse non è possibile comprendere quanto sia fluido, persistente, inafferrabile, il processo logico-affettivo dell’identità veneta, meglio di quanto abbiano fatto nei loro libri il sociologo Ulderico Bernardi – Paese Veneto (op. cit.,) – e lo scrittore Goffredo Parise – Veneto Barbaro di Muschi e Nebbie (Bologna 1987). Sfuggente ad ogni sua precisa definizione – verissimo -, ma l’identità delle comunità venete, e di ogni singolo individuo che in esse si ri-conosce, è talmente reale, effettiva, da risultare indistruttibile anche quando perde i suoi ancoraggi concreti (basti pensare agli immigrati veneti in Brasile o in Australia che tenacemente, orgogliosamente, conservano i riferimenti di lingua, costumi, legami con la propria terra d’origine). E’ molto significativo, perciò, che la Regione Veneto stia facendo il tentativo politico di ottenere da Roma la propria ‘specificità’ istituzionale dopo che per innumerevoli anni essa è stata recisamente (e scioccamente) negata. Riappropriarsi politicamente della propria Autonomia significherà, quindi, poter riuscire finalmente a ‘difendere’ meglio – come pure, in parte, la Regione ha già iniziato a fare -, la propria Cultura che è fatta anche, tra le altre cose, da una “lingua” antica, da una grande storia e da tradizioni secolari. Sarebbe giusto, da questo punto di vista, riflettere più a fondo sulla straordinaria storia culturale e linguistica del Veneto in questo auspicabile processo politico autonomista, ma data la continua degradazione cui è stata, ed è ancora, condannata la lingua veneta ed il quasi disprezzo che alcuni politici ed intellettuali le riservano, propongo qui – a mero scopo ‘pedagogico’-, due semplici esempi diversi, quello della lingua catalana e ungherese. Sia i Catalani che gli Ungheresi sono riusciti, infatti, proprio attraverso la forza culturale che l’attaccamento alla propria lingua diede loro durante i lunghi calvari dei regimi di Franco e della dominazione sovietica a mantenere le loro proprie, specifiche identità storiche e culturali, con i risultati politici noti a tutti. La lingua – tutte le lingue – nascono sempre prima e durante i processi di identificazione collettiva, mai “dopo”. Questo perché essa costituisce l’indispensabile ‘strumento’ attraverso il quale un “popolo”, una “comunità”, si possa ri-conoscere come tale (Fiorenzo Toso, Frammenti d’Europa, Milano 1996). I Veneti sono ‘nati’ e si sono sviluppati per lunghi secoli – anch’essi e come tutte le comunità storiche organizzate del mondo -, con una particolare lingua madre: il cosiddetto “veneziano coloniale”, e ‘quel’ veneziano (poi con i decorsi della storia della Serenissima Repubblica degradatosi, imbastarditosi, mischiatosi con altri idiomi, fonemi, ecc.) riassumeva e conteneva in sé stesso tutto un ben definito “modello culturale” (Ronnie Ferguson, Saggi di lingua e cultura veneta, Padova 2013). Insomma, i Veneti costituiscono storicamente, antropologicamente, linguisticamente un gruppo sociale certo vasto, articolato, ma, al tempo stesso, culturalmente unitario: un ‘corpo’ sociale ben definito sia in termini antropologici che storici. Le loro abitudini culturali – piaccia o meno -, appartengono alla struttura profonda delle loro “personalità di base” (Ruth Benedict, Modelli di cultura, Milano 1960) che è loro ‘propria’ e non omologabile o confondibile con altre. La richiesta di Autonomia politica andrebbe, dunque, a soddisfare anche queste non secondarie ragioni di natura storica ed antropologica. Non solo perciò ‘grette’ motivazioni economiche ma anche storiche, identitarie, culturali dovrebbero costituire l’ovvio corollario della prossima campagna referendaria autonomista. Una economia è forte solo se la struttura sociale di cui è espressione è altrettanto forte. Una forza che nel caso Veneto non è storicamente data soltanto da fattori materiali, ma anche da fattori “immateriali”, impalpabili ma persistenti, vivi, tenaci. Rilanciare oggi la forza storica e culturale delle Terre di Marco in una prospettiva politica autonomista significa, dunque, ipotecare un ulteriore e futuro guadagno straordinario per l’intera Comunità Veneta ed i singoli individui che la comporranno. Anche di questo “residuo antropologico” dovrebbe oggi il Veneto riappropriarsi per intero.

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