CONTRO LE “INESATEZZE’’ DELLA STORIOGRAFIA ITALIANISTA SUL RISORGIMENTO VENETO: 1866 E DINTORNI

CONTRO LE “INESATEZZE’’ DELLA STORIOGRAFIA ITALIANISTA SUL RISORGIMENTO VENETO: 1866 E DINTORNI

Cari Amici,

Certamente molti di Voi avranno letto le tesi storiografiche dello storico Federico Moro apparse sulla Rivista ‘’on line’’ Luminosi Giorni (7 Novembre 1866: Venezia è in Italia. Una lettura centocinquant’anni dopo”) relative alle (suo dire) “fantasie e sciocchezze” che sarebbero state recentemente dette e scritte da una certa storiografia (ovviamente) “venetista” sul processo risorgimentale che portò nel 1866 all’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Tesi, tra l’altro, alle quali ha già ottimamente risposto l’Avvocato Lorenzo Fogliata. Poiché – come ben sapete -, assai ‘sensibile’ alle questioni sollevate da Moro vorrei qui anch’io poter brevemente dire la mia in maniera “storicamente corretta”.
Primo Punto. Moro non contesta l’esito “truffaldino” del Plebiscito d’annessione che si celebrò il 21 e 22 Ottobre del 1866 poiché tutto ciò sarebbe stata una pura ‘finzione’ giustificativa per il ‘”trasferimento’’ di popolazioni e territori consequenziale ad “un pensiero liberale” che “esigeva questo tributo alla democrazia formale e al diritto dei popoli” e quindi riassumibile nel motto: “è la geopolitica bellezza!”. Tutto ciò, eccetto il riconoscimento che di una “truffa” si trattò è, tuttavia, storiograficamente errato. Il Plebiscito/i con le esigenze del ‘”pensiero liberale”, nel caso di specie, centra come i cavoli a merenda. Il Plebiscito, infatti, nasce e si afferma in epoca moderna sotto il forte segno dell’ideologia napoleonica (1802, Napoleone Bonaparte “console a vita”) e come strumento popolare-consensuale che pretende di espungere con il voto stesso (una volta per sempre) ogni possibile vizio o peccato di colui chiamato ad essere ‘investito’ del Potere stesso. Uno strumento, quindi, che dietro l’apparente ricorso al ‘popolo’ si fa, in realtà, definitivo programma ideologico e finanche morale. Quello poi per l’annessione delle Venezie, di una parvenza ‘’liberale’’ aveva, fin dall’attività preparatoria esercitata dai Commisari Regi calati da Firenze, davvero molto poco … basterebbe che il buon Moro leggesse l’ottimo saggio di Silvio Lanaro (Veneto. Una Regione in Patria, Einaudi) oppure gli stessi Ricordi di Thaon di Revel (La Cessione del Veneto) per apprendere quanto poco ‘liberali’ furono i maneggi, gli eccitamenti, gli ‘interventi preparatori’ sul territorio dei vari Pepoli, Zanardelli, Sella, Thaon di Revel per comprendere che non vi fu davvero nessun reale “tributo alla democrazia formale e al diritto (sic!)” del popolo veneto. Ma, bontà Sua, il Nostro storico vi riconosce, tuttavia, il carattere di ‘’broglio’’ storico e allora il mio scritto potrebbe anche finir qui concordando con l’eretico Montanelli che l’Italia mai è esistita in quanto fondata su Plebisciti burla che hanno dato l’illusione di una Patria Comune inesistente sennonché ….
Punto Secondo: Moro irride, si fa per dire, derubricandola a ‘”leggenda’’ la composizione etnica ‘’veneta’’ degli equipaggi austriaci nella battaglia navale di Lissa. Secondo Lui sarebbero mere fantasie o invenzioni le narrazioni storiche che, da allora ad oggi, parlano di un linguaggio di bordo veneto e, per l’appunto, di una composizione etnica di matrice “serenissima” degli equipaggi. Tralascio la questione del “Viva San Marco” gridato dai marinai austriaci una volta vinto la battaglia, poiché essa – come si vedrà – è secondaria rispetto ad alcuni aspetti storiografici che vorrei esemplificare. E’ noto che Tegetthoff studiò nel Collegio di Marina a Venezia. In italiano aveva seguito i corsi e il ‘’veneziano’’ parlava quando usciva per le calli ed i campielli della città. Fino a metà degli anni Trenta i quadri della Marina militare austriaca erano popolati quasi esclusivamente da personale proveniente dall’area già ‘’serenissima’’, dopo la Rivoluzione veneziana del 1848-49 gli ufficiali che avevano servito la Repubblica di Manin erano stati “dimissionati” ma …. come Tegetthoff quasi tutti gli ufficiali di marina austriaci, quale fosse la loro provenienza, avevano studiato a Venezia. L’immissione in ruolo di nuovi elementi, tra l’altro poteva essere avvertibile nella flotta ‘’solo’’ a partire dal 1852 in poi perché fu ‘’solo’’ a partire dal 1852 che il Comandante Superiore “Deutschosterreicher” accelerò la ‘austriacizzazione’ degli Ufficiali ma, tuttavia, il reclutamento stesso degli equipaggi doveva forzatamente, per evidenti ragioni geografiche, continuare a svolgersi nella fascia marittima dell’Impero, quasi coincidente – eccetto Trieste, Signa e Ragusa -, con l’antico territorio adriatico della Serenissima. Troppo pochi anni – ha sublime ragione l’Avvocato Fogliata -, erano passati dal 1852 (riforma quadri ufficiali) al 1866 affinché gli ordini superiori e l’iniezione di Ufficiali austriaci potessero debellare del tutto l’antica lingua veneta di bordo, nonostante “ufficialmente” essa doveva essere quella tedesca. Che dopo il 1848-49 il rapporto tra Venezia e l’I. R. Marina fosse consumato nessun dubbio ma da questo ad affermare che l’elemento “veneto” fosse sparito all’interno della flotta austriaca ce ne corre e molto … Quanto alla composizione “etnica” della stessa a Lissa è una diatriba ormai funzionale solo ed esclusivamente ad una certa storiografia ‘italianista’ tesa ad usare il bilancino per cercare di competere (insensatamente) sul piano storico-simbolico. Giacomo Scotti, non uno storico venetista e a mio avviso uno dei migliori ‘recuperanti’ sulla battaglia di Lissa, ne ha scritto approfonditamente riconoscendo la ‘’prevalenza’’ dell’elemento etnico ‘serenissimo’ negli equipaggi. Altri studi (meno favorevoli ai ‘’venetisti’’) attribuiscono alla componente ‘serenissima’, diciamo così, almeno il 50% della composizione totale degli equipaggi austriaci. E con ciò – senza comunque citare le ‘’buone’’ fonti di Ettore Beggiato, checché ne dica Moro -, per quanto fosse stato consumato il divorzio tra la Marina austriaca e il sentimento veneziano/veneto è indiscutibile che a Lissa – comunque la si pensi -, la “Serenissima” c’era comunque. Che non si fosse gridato Viva San Marco, può essere, ma ciò cambia poco l’elemento ‘spirituale’ lì presente ed operante.
Punto Terzo: rammentiamo a Moro che lo stesso Giuseppe Mazzini scrivendo all’amico Giuseppe Moriondo irrideva all’avanzata di Cialdini sulla ‘peste’ degli austriaci che si ritiravano spontaneamente. Scrisse l’Apostolo: “vergogna, dopo due rovesci e una ridicola marcia contro un nemico inesistente!”. Penso quindi possa bastare questa buona testimonianza di un protagonista – e che protagonista! -, di quelle vicende per smentire alla radice le asserzioni di Moro. Diciamo, quindi, con buona certezza che il pessimo andamento della campagna militare per gli italiani aveva reso del tutto impossibile quel ‘riscatto col ferro’ delle Venezie tanto bramato dal Governo di Firenze. Fu – e qui ci vuole davvero molta fantasia per articolare un improbabile controcanto -, solo la catastrofe militare austriaca in Boemia ad opera degli alleati prussiani che rese possibile una soluzione diplomatica della “questione veneta” attraverso le modalità che conosciamo. Storia ovviamente, non ideologia.
Punto Quarto: Moro sostiene che “l’avvio della politica anti italiana in Istria, a Fiume e Dalmazia che porterà alla tragedia dell’Esodo nel secondo dopoguerra, lo si deve al mite e gentile Francesco Giuseppe d’Asburgo” nella seconda metà dell’Ottocento.
Vero, ma tuttavia occorre puntualizzare ‘cose’ che Moro non dice: la ‘’rottura’’ effettiva dell’unità spirituale veneziana dell’Adriatico data, esattamente, “solo” dal 1866 in poi, quando l’Austria favorì l’elemento etnico slavo rispetto a quello italiano come deterrente degli impulsi irredentisti locali. “Prima”, anche dopo il 1848, il sentimento veneto interadriatico era ancora ben presente, se non come realtà politica come realtà dell’”anima” e nonostante tutto.(G. Praga, J. Pirjevic,).
Sul resto delle ‘puntualizzazioni’ ha risposto ottimamente a Moro l’Avv. Fogliata e non ho nulla da aggiungere se non … una piccola chiosa finale al Moro teorico della “Venezia in Italia”. Che ne dice l’autorevole storico del fatto – al di là della discutibile geopolitica – che il vero e proprio deus ex machina di quella transizione statuale, il Generale Genova Thaon di Revel, scrisse nei suoi ‘Ricordi’ (La Cessione del Veneto), che una volta che tutto terminò non seppe trattenere la sua ilarità al solo pensare come avrebbe fatto il Governo di Firenze a porre un rimedio alle tante “irregolarità” ed “arbitri” che commise affinché il Veneto diventasse ‘’italiano’’ … “irregolarità” e “arbitri”, in omaggio al “pensiero liberale” s’intende!

MASSIMO TOMASUTTI

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