20 luglio 1866 – La Bataja de Lissa – di Gigio Zanon

CENNI STORICI LA BATTAGLIA DI LISSA 1866..REPUBBLICA DI VENEZIA,GIGIO ZANON E COLLEGIO NAVALE MOROSINI VE
UNA PARTE DELLA NOSTRA STORIA…..

BATTAGLA DI LISSA 20 luglio 1866

di Gigio Zanon

DALL’ARCHIVIO STORICO DELL’ ACCADEMIA MILITARE DÌ VENEZIA

“FRANCESCO MOROSINI”

BATTAGLA DI LISSA

Data: 20 LUGLIO 1866

Luogo: LISSA (Isola dalmata nell’ Adriatico)

Flotte contrastanti: ITALIANA e AUSTRIACA

Contesto:III° GUERRA D’INDIPENDENZA

Protagonisti principali:

Carlo Pellion di Persano

Ammiraglio italiano, comandante della flotta italo-sardo-piemontese a Lissa.

(Vercelli 1806-Torino 1883).

Entrato nella marina militare sarda nel 1821, nel 1860 fu inviato al comando di una squadra navale a sorvegliare la spedizione di Garibaldi in Sicilia. Successivamente appoggiò dal mare le operazioni del Garigliano e l’assedio di Ancona (1860) e di Gaeta (1861). Promosso viceammiraglio e nominato grande ufficiale dell’ordine militare di Savoia, fu deputato di La Spezia dal 1860 al 1865, ministro della Marina con il Rattazzi (1862) e senatore dal 1865.

Durante la III guerra d’indipendenza, fu nominato comandante supremo della flotta.

Il 27 settembre del 1960, nonostante la guarnigione pontificia di Ancona avesse già firmato la resa, fa proseguire il bombardamento della città dal mare per oltre 11 ore dopo la capitolazione.

Fautore di una strategia puramente difensiva per sfiducia nella preparazione della marina, fu spinto all’azione dal La Marmora e dal Depretis che dopo la disfatta di Custoza (1866) erano alla ricerca di un successo che rialzasse il prestigio militare italiano.

Malamente sconfitto a Lissa a causa dei suoi errori e di quelli dei suoi subalterni, fu sottoposto a giudizio dal Senato costituitosi in Alta Corte di giustizia (1867).

Riconosciuto colpevole di inettitudine, fu degradato.

Tra i suoi scritti si ricordano il Diario politico-militare della campagna navale degli anni 1860-61, il volume I fatti di Lissa (1866) e il Carteggio (postumo, 1917).

Giovanni Battista Albini

Ammiraglio italiano (La Maddalena 1812- Cassano Spinola 1876). Combattente nella campagna adriatica del 1848, insignito di medaglia d’oro per il risolutivo contributo recato alla caduta di Ancona (1860) e promosso contrammiraglio per l’abile condotta tenuta all’assedio di Gaeta, nel 1867 venne collocato a riposo perché durante la battaglia di Lissa non intervenne tempestivamente in aiuto al Persano.

Augusto Riboty

Ammiraglio (Puguet-Théniers, Nizza, 1816-Nizza 1888).

Dopo aver partecipato alla guerra di Crimea, fu chiamato a dirigere la Scuola di marina di Genova e nel 1866, dopo la battaglia di Lissa nella quale meritò la medaglia d’oro al valore, fu nominato contrammiraglio.

Comandante in capo della flotta del Mediterraneo, deputato (1867-70) e due volte ministro della Marina (1868-69 e 1871-73), fu nominato senatore nel 1870.

Emilio Faa di Bruno

Ufficiale italiano di origini venete (Alessandria 1820-Lissa 1866).

Capitano di vascello nel 1863, combatté a Lissa al comando della Re d’Italia che fu affondata dall’ammiraglia austriaca Ferdinand Max.

Ferito, si lasciò inabissare con la sua nave.

Medaglia d’oro alla memoria.

Alfredo Cappellini

Ufficiale italiano (Livorno 1828-Lissa 1866). Combattente della I guerra d’indipendenza (1848) e della campagna di Crimea (1855-56), nel 1861 fu all’assedio di Gaeta meritandosi una medaglia d’argento al valor militare.

Capitano di fregata durante la battaglia di Lissa (20 luglio 1866), si inabissò con la nave Palestro; alla sua memoria fu conferita la medaglia d’oro.

Willelm Von Teggetthoff

Ammiraglio austriaco (Marburg, Stiria, 1827-Vienna 1871).

Prese la licenza di Ufficiale di Marina presso l’ Imperiale Regio Collegio Militare di Venezia, come ancor oggi si può vedere negli archivi dello stesso Collegio, ora Morosini.

Ebbe incarichi di comando in pace e in guerra sull’Adriatico e si distinse nel 1864 vincendo i Danesi a Helgoland.

Alla testa della flotta austriaca nella guerra con l’Italia (1866), batté l’ammiraglio Persano a Lissa (20 luglio).

Era imbarcato sulla nave ammiraglia della flotta austriaca, la Ferdinand Max)

Svolse missioni diplomatiche e, come comandante supremo della marina austriaca, ne diresse la ristrutturazione. Membro a vita della Camera Alta (1866), fu dal 1869 consigliere dell’imperatore.

STERNECK (Capitano di fregata austriaco)

Comandante della prima squadra navale, al comando della ammiraglia Ferdinand Max.

PETZ (Capitano di vascello –

Comandante austriaco della seconda squadra, al comando della nave “Kaiser”)

EBERLE (Capitano di fregata – Comandante austriaco della terza squadra)

DISPOSIZIONI DELLE NAVI IN BATTAGLIA:

Prima squadra italo-piemontese, al comando del Comandante Faa di Bruno le corazzate di nuovo tipo con cannoni a canna rigata: “Re d’Italia”,ammiraglia, “Palestro” e “S.Martino”, più la nave “Affondatore” dove riparò Persano dalla “Re d’ Italia).

Seconda squadra, al comando dell’amm. Vacca, con le corazzate “Principe di Carignano”, “Castelfidardo” e “Ancona”.

Terza squadra, al comando dell’amm. Ribotty, le corazzate: “Re di Portogallo”, “Maria Pia” e “Varese”.

Squadra di riserva, con le navi più vecchie e di legno, il comandante Albini.

In tutto 32 navi .

Prima squadra austriaca, (corazzate di vecchio tipo e cannoni a canna liscia) al comando del capitano di fregata Sterneck la ammiraglia su cui era imbarcato Tegetthoff,”Ferdinad Max”, “Don Juan”, “Habsburg”, “Drache”, “Salamader” e “Prinz Eugen”.

Seconda squadra di riserva con navi tutte in legno, comandata dal capitano di vascello Von Petz.

Terza squadra di seconda riserva, con navi vecchie in legno miste vela-vapore, comandata dal capitano di fregata Eberle.

In tutto 27 navi.

La battaglia

Nel 1866, all’ 8 di aprile, a Berlino si celebrava il “Trattato della triplice alleanza” fra l’ allora regno d’ Italia, la Prussia e la Francia, in base al quale “entro tre mesi” si doveva dichiarare guerra all’ Austria.

Il 16 giugno (seppure con otto giorni di ritardo…), con il proclama di Vittorio Emanuele II, veniva dichiarata la guerra, e il giorno 24 successivo a Custoza l’ esercito Italiano veniva sconfitto da quello Austriaco in una memorabile battaglia. Nell’ esercito Austriaco, “forte” solo di 140mila uomini (contro i 400mila italiani) vi erano numerosissimi soldati Veneti – circa 48mila (!) – e comandati da ufficiali dell’ ex Patriziato Veneto quali – fra gli altri – nomi come: Barozzi, Orseolo, Moro, Da Mosto, Cicogna, ecc.

L’ esercito Italiano operava una “ritirata strategica” fino oltre il Po, per difendere l’ allora capitale: Firenze.

Senonchè fra il 16 e il 28 di giugno, le armate Prussiane invadevano l’ Hannover, la Sassonia e l’ Assia e il 3 luglio sconfiggevano l’ esercito Austriaco a Sadowa.

Il Comandante delle truppe Austriache in Italia, l’ Arciduca Alberto, visto che l’ esercito Italiano si era dileguato, marciò a tappe forzate verso Vienna per difenderla dalle truppa Prussiane, perciò lasciò quasi completamente sguarnito il Veneto.

Ma nel corso dell’ avvicinamento su Vienna la sua retroguardia incontrò, a Bezzecca nel Trentino, le truppe di Garibaldi: è da notare che l’ artiglieria Austriaca non si trovava sul posto bensì aveva già oltrepassato i valichi; pertanto non fu difficile al Garibaldi sconfiggere detta retroguardia…

Due giorni dopo la disfatta di Sadowa, Francesco Giuseppe chiese l’ armistizio e pur di concluderlo offrì di cedere il Veneto alla Francia, la quale lo avrebbe dovuto “girare” agli Italiani…

Gli Italiani erano contrari a questa proposta perché umiliava le loro forze armate e, vista la penosa condizione dell’ esercito dopo la dura batosta di Custozza, hanno puntato sulla marina per poter riportare una vittoria sul nemico che consentisse loro di finire onorevolmente (una volta tanto…) la guerra.

Il 1866 è l’anno della terza guerra d’indipendenza, la prima dopo l’unità d’Italia, ed è quella che dovrebbe mostrare la forza militare e il grado di coesione del paese: allora riepiloghiamo.

L’Italia scende ancora una volta in campo contro l’Austria-Ungheria, a fianco della Prussia. La guerra è stata dichiarata il 20 giugno e solo 4 giorni dopo, il 24, l’esercito italiano viene sconfitto a Custoza, nei pressi di Verona, in una strana battaglia dove il numero delle perdite risulterà pesante e dove più che gli austriaci a considerarsi vittoriosi saranno gli stessi italiani a ritenersi sconfitti.

Lo smacco di Custoza non era grave militarmente ma lo era politicamente, perché il giovane regno d’Italia mostrava la sua inconsistenza nazionale di fronte all’Europa. A questo punto bisognava ottenere una rivincita immediata di Custoza: occorreva una vittoria pronta e convincente e poiché questa vittoria non era in grado di darla l’Esercito, toccava alla Marina. Una vittoria navale, anziché terrestre era il riscatto.

In quell’anno il Presidente del Consiglio è il barone Bettino Ricasoli, il ministro della Marina Agostino Depretis, il comandante della flotta l’ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano. Poiché il governo vuole lavare l’onta di Custoza, e vuole lavarla sul mare, tocca a Persano di eseguire. All’Ammiraglio gli è stato ordinato di “sbarazzare l’Adriatico dalle forze nemiche, attaccandole e bloccandole in qualunque posto dove si troveranno”. In che modo, non glielo dicono. Dovrà essere affar suo.

Ma non tennero conto di una cosa molto importante: la flotta austriaca era composta, nella quasi totalità, da equipaggi provenienti dalle terre una volta soggette alla Repubblica di Venezia: dal Veneto, dal Friuli, dall’ Istria, dalla Dalmazia, oltre che da Trieste e da Oltremare, e TUTTI gli ufficiali avevano studiato presso la I.R. Scuola del Collegio Navale di Venezia: ad iniziare dall’ ammiraglio comandante Willhelm von Tegettoff, il quale, benchè fosse in tutto e per tutto un Deutschosterreicher, era registrato a chiare lettere nell’ apposito registro come Guglielmo Tegetthoff – e questo lo si può ancora vedere presso l’ archivio dell’ attuale Collegio Navale “Francesco Morosini” di Venezia. Inoltre tutti gli ufficiali erano a perfetta conoscenza della lingua Veneta, al punto che gli ordini venivano in lingua Veneta!

Bisogna anche tener conto di un’ altro fattore: prima del 1797 non esisteva una marina Austriaca, ed è dopo quella data che nasce col nome di “OSTERREICH – VENEZIANISCHE MARINE” (Imperiale e Regia Veneta Marina), composta da ufficiali e marinai provenienti dalle terre della ex Repubblica di Venezia, i quali avevano ben recepite le sue millenarie tradizioni marinare, militari, culturali e storiche. E, come già detto, la lingua corrente era quella dei Veneti e a tutti i livelli.

Nel 1849, dopo la rivoluzione Veneta capitanata da Daniele Manin, vi era stata una “austriacizzazione” nella denominazione ufficiale e l’ espressione “Veneta” venne tolta; inoltre fra gli ufficiali vi era stato un certo ricambio ed il tedesco era sì diventato la lingua primaria, ma non fra gli equipaggi. Infatti questo cambiamento non poteva essere fatto in così breve tempo.

I nuovi marinai continuavano ad essere reclutati nelle terre Venete dell’ impero asburgico, e non certamente nelle regioni Alpine o Austriache.

Possiamo dire che gli ufficiali erano “costretti” a parlare il Veneto.

La flotta al comando di Persano, che è sulla nave ammiraglia “Re d’ Italia”, è composta dalla squadra sussidiaria, o seconda squadra, comandata dal viceammiraglio Albini, composta da fregate e corvette di legno, e la squadra d’assedio, o terza squadra, agli ordini del contrammiraglio Vacca, con le unità minori corazzate. La squadra da battaglia, o prima squadra, formata dalle fregate corazzate più efficienti, dipende direttamente da lui.

Il 25 giugno, il giorno dopo la sconfitta di Custoza, Persano trasferisce la flotta italiana ad Ancona ai primi di luglio azzarda una crocerina nel mezzo dell’Adriatico, rientrando in porto il13 senza aver visto nemmeno l’ombra d’un nemico.

Il15 luglio il ministro della Marina Depretis si presenta ad Ancona con un piano di guerra: Persano deve prendere l’isola di Lissa, previo bombardamento, e sbarcarvi un corpo di occupazione. L’isola di Lissa è una base navale fortificata dell’impero austro-ungarico, al comando del colonnello Urs von Margina.

Il 16 luglio l’ammiraglio Persano lascia Ancona con la flotta. Sono trentatrè navi divise in tre squadre, tra corazzate (undici), unità in legno (sette), cannoniere (tre), piroscafi (sette) e carboniere. Da un momento all’altro si attende l’arrivo della nave più potente e moderna, L “Affondatore”, una corazzata con torri mobili e uno sperone di otto metri di lunghezza. Un ariete che è stato costruito in Inghilterra ma è in navigazione per raggiungere l’Adriatico: ed è la nave su cui la flotta italiana conta per diventare invincibile (Ma non l’aspetta! Parte comunque).

Per prima cosa Persano manda avanti in ricognizione il suo capo di Stato Maggiore D’Amico sul “Messaggierie”, perché compia una ricognizione intorno a Lissa e riferisca sulla natura dei luoghi e sulla consistenza delle difese. La sua relazione costituisce tutto quanto gli italiani riusciranno ad avere a disposizione, quanto a informazioni militari e all’incirca il loro obiettivo. Su così esili basi, Persano vuole o “deve” muoversi.

Lissa è una piccola isola situata di fronte alla costa Dalmata, conosciuta fin dall’ antichità come Issa e più volte nominata dai Greci. E’ stata base navale della Repubblica di Venezia dal XI secolo fino alla sua caduta, il 12 maggio 1797, ad opera del nefando Napoleone.

Fu ceduta, dopo il trattato di Campoformido, all’ Austria nell’ agosto dello stesso anno, assieme agli altri possedimenti d’ oltre mare di Venezia.

Lissa sarà investita da tre gruppi di navi che attaccheranno i tre principali ancoraggi: Vacca, con tre corazzate della squadra sussidiaria, contro Porto Comisa; Albini, con la squadra d’assedio delle unità di legno, contro Porto Manego, dove sbarcherà; Persano, con la squadra dà battaglia, contro Porto San Giorgio. Le navi “Esploratore” e “Stelle d’Italia” sono dislocate a nord e a sud dell’isola, in funzione di avvistamento. Dunque una flotta sparpagliata un po’ qua e un po’ là, con l’unica direttiva comune di bombardare i forti del nemico e di distruggerli.

Le operazioni iniziano all’alba del 18 luglio.

Le tre squadre si mettono in movimento ed entrano in azione, ma i risultati, a sera, sono molto modesti. Persano ha ridotto al silenzio alcune delle fortificazioni di Porto San Giorgio, mentre Albini decide di interrompere il bombardamento dopo un paio di bordate contro Porto Manego. Anche Vacca non si comporta meglio del collega. Apre il fuoco contro porto Comisa, ma subito anche lui ritiene di averne abbastanza e dà ordine di smettere.

A questo punto Persano convoca Albini e Vacca per un consiglio di guerra.

Invece di spiegarsi e di trovare un accordo, cominciano a litigare e si lasciano furibondi, senza avere concluso niente.

Quale contraltare a questo, la allora marina Italiana era in netto contrasto nel suo interno e la rivalità fra le sue tre componenti (la Siciliana o Garibaldina, la Napoletana e la Sardo-Ligure) era assai grande e notevole.

Inoltre fra i comandanti delle tre squadre vi era non solo divisione, ma anche rancore: infatti tra l’ ammiraglio Persano, l’ ammiraglio Albini e l’ ammiraglio Vacca vi addirittura odio!

Gli ordini, poi, venivano dati nelle rispettive lingue, o dialetti, ed in tale modo era del tutto evidente che fra gli equipaggi Italiani regnasse il caos più grande!

Leggiamo anche nell’ allora quotidiano Francese “La Presse” , quale dimostrazione dell’ andazzo di quell’ epoca, una cosa che pare attuale dei giorni nostri: “pare che all’ amministrazione della Marina Italiana stia per aprirsi un baratro di miserie: furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc. Se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro!” e così il quadro è completo!

Il giorno dopo riprende l’attacco ai forti ma alla fine l’esito sarà ancora quello del giorno prima, cioè molto modesto. Verso sera arriva il tanto atteso “Affondatore”, con due pirofregate e una corvetta, a bordo delle quali vi sono centoventicinque fanti di marina.

Nel frattempo la flotta austriaca, al comando dell’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, è partita da Pola, decisa a non perdere una simile occasione d’oro, quella di attaccare la scompaginata flotta italiana sparpagliata intorno a Lissa. Tegetthoff ha sette corazzate di ferro, più vecchie e meno veloci di quelle italiane anche se bene armate. In tutto dispone di ventisette navi e di 178 cannoni a canna liscia, contro i 252 cannoni italiani a canna rigata. Si trova quindi in condizioni di inferiorità. Divide le sue forze in tre squadre, prende il comando della prima e affida le altre due al capitano di vascello Petz e al capitano di fregata Eberle. Egli è imbarcato sulla corazzata “Ferdinand Max”, l’ammiraglia che è al comando del capitano di fregata Sternack, e dirige verso Lissa.

Nella notte tra il 19 e il 20 luglio Persano è stato raggiunto dalla nave di trasporto “Piemonte” con altri cinquecento uomini di fanteria di marina, perché questo è il giorno in cui lo sbarco deve aver luogo a ogni costo.

Alle 7.50 del mattino del 20 luglio 1866 la nave “Esploratore” avvista la flotta austriaca in navigazione e avvisa l’ammiraglio italiano.

Alle 8.10 Persano ordina ad Albini di sospendere le operazioni di sbarco. Non è più tempo di pensare all’occupazione dell’isola. Ora si tratta di affrontare in battaglia gli austriaci. Raduna frettolosamente le sue navi disperse per così contrastare in forze il nemico che sta avanzando in triplice formazione a cuneo.

Persano divide le navi in tre gruppi: in testa, la “Principe di Carignano”, la “Castelfidardo” e l”‘Ancona” al comando di Vacca; al centro la “Re d’Italia”, la “Palestro” e la “San Martino” ai suoi ordini; infine la “Re di Portogallo”, la “Terribile”, la “Varese” e la “Maria Pia” affidate al capitano di vascello Riboty.

Queste le forze in campo:

Flotta italica:

12 corazzate con cannoni a canna rigata

22 vascelli di legno

Flotta austro-veneta:

7 corazzate con cannoni a canna liscia

20 vascelli di legno

Alle 11.15 la battaglia incomincia con il primo colpo di cannone, sparato dalla “Principe di Carignano”, al quale gli austriaci rispondono furiosamente. Le prime navi di Tegetthoff passano arditamente nel varco tra L “Ancona” e la “Re d’ Italia” .

Vacca accosta sulla sinistra, con il proposito di concentrare insieme con Riboty il fuoco delle sue corazzate sulle navi di legno austriache, ma le sue unità sono ormai distanziate tra loro. Mentre Vacca ne ha abbastanza e si allontana, Tegetthoff punta 1I’attacco della squadra italiana di centro, quella di Persano, con il grosso delle sue forze. La “Ferdinand Max” piomba tra le navi di Persano, che nel frattempo era trasbordato sull “Affondatore”, e in questo preciso istante Tegetthoff si accorge che la “Re d’Italia” è ferma per un colpo che le ha bloccato il timone. L’ammiraglia austriaca la sperona cogliendo la in pieno al centro, sfasciandole la fiancata.

Mentre Albini resta inattivo, sotto costa, sulla “Maria Adelaide”, senza che le sue navi di legno sparino un solo colpo di cannone, e Vacca si allontana, una cannonata austriaca centra la “Palestro” che sta tentando di correre in soccorso della “Re d’Italia”. Purtroppo il colpo di cannone va a finire sul deposito di carbone provocando l’esplosione della santabarbara e quindi l’affondamento della nave con duecentocinquanta fra ufficiali e marinai.

Resta ora per Tegetthoff il terzo gruppo di navi italiane e infatti la “Kaiser” di Petz muove all’attacco della “Re di Portogallo” di Riboty. Questi accosta violentemente e le due navi strusciano l’una contro l’altra. E la “Kaiser” a riportare i danni più gravi, sbandando in fiamme. Persano se ne rende conto e vorrebbe finirla, speronandola con l’ariete del suo “Affondatore”. Ma non sa bene come manovrare la nuovissima unità e va a finire che I “Affondatore” manca il bersaglio e la “Kaiser” può scamparla.

Vacca, vista colare a picco la “Re d’Italia, su cui crede imbarcato Persano, immagina che l’ammiraglio sia morto e che tocchi a lui prendere il comando. Nessuno gli ha riferito che Persano si era invece trasferito sull’Affondatore. Tenta allora di raccogliere intorno a sé quanto gli è possibile di corazzate italiane. Ma Tegetthoff ha dato il segnale di radunata. Sono le 11.45 e il combattimento è finito.

Gli italiani hanno avuto due navi affondate e seicentoquaranta marinai annegati con esse, oltre a otto morti e quaranta feriti in combattimento. Gli austriaci trentotto morti e centotrentotto feriti.

L’ammiraglio italiano, scombussolato e fuori di sé, esitò nell’inseguire il nemico, così gli austriaci se ne andarono indisturbati e Persano non approfittò delle otto ore di luce a sua disposizione prima del tramonto, per mettersi a caccia di Tegetthoff e attaccarlo.

L’infausta giornata si concluse con il ritorno, alle 22.30, di alcune navi italiane nelle acque della battaglia per raccogliere quei naufraghi di cui fosse stato possibile ancora il salvataggio.

Nella primavera del 1867 l’ammiraglio Persano venne messo sotto processo per la sconfitta di Lissa.

Quanto segue lo leggiamo dalle “Memorie” del Regio Commissario Italo – Piemontese, conte Genova Thaon di Revel, incaricato dell’ annessione forzata del Veneto all’ Italia.

“L’ ammiraglio Persano non andava d’ accordo con il suo capo di stato maggiore. Nulla sapevano i comandanti delle squadre del piano d’ azione che aveva combinato Persano.

Uscita la flotta dal porto di Ancona, varie squadre furono mandate a sparare inconsideratamente contro le batterie di terra altolocate di Lissa ed altri diversi punti della costa Dalmata, senza ottenere alcun risultato. E quando la flotta nemica giunse improvvisamente, le nostre navi divise, in bordeggiare incerto, ebbero pena a riunirsi.

All’ appressarsi del nemico, egli lasciò inopinatamente la nave ammiraglia, dalla cui alta alberatura attendevasi segnali, per andare a rinchiudersi nella torre dell’ Affondatore.

Il Re d’ Italia colò a picco oppresso dale navi nemiche, mentre la Palestro salò in aria. Tegetthoff, le cui navi erano seriamente scosse, si rivolse verso Pola ed allora solamente si vide un segnale di Persano: “libertà di manovra”.

Sull’ ordine del giorno osò scrivere essere rimasto “padrone delle acque”.

Al rovescio dei generali battuti a Custozza, egli si proclamò vincitore, essendosi tenuto fuori del pericolo. Salvò la vita, ma non il suo onore militare”. Ripeto: questo dal diario del Thaon di Revel!

Ecco come l’ammiraglio Persano descrive lo schieramento delle navi nel libro “I fatti di Lissa” pubblicato l’anno stesso della battaglia:

“…il nemico intanto avanzava in “ordine di fronte” su due file colla prora a “scirocco-levante”, le corazzate in prima fila, le non corazzate in seconda. Era il momento di disporsi in linea di battaglia per cannoneggiare d’infilata i legni avversari che s’avvicinavano a vista d’occhio, ed in pari tempo chiuder loro il passo verso le loro terre e verso le nostre navi non corazzate, che ancora non si erano ordinate in seconda linea. Segnalai quindi “Dirigete ad un tempo per greco-tramontana” formando per tal modo la linea di battaglia sui legni dell’avanguardia e riserva, che erano quelli del Contr’Ammiraglio Vacca. Dopo “Serrate le distanze” e poi “Attaccate il nemico appena a portata”.

Coerentemente agli ordini di massima prima stabiliti, la formazione dell’armata al mio comando doveva essere disposta su tre linee. In tutto 22 legni per combattere. Se non che al momento di entrare in azione, mancava la “Formidabile”, il cui Comandante aveva chiesto, con segnale, di volgere per Ancona, non tenendo la sua nave atta ad entrare in combattimento, per le avarie che aveva sofferto nella fazione del dì precedente Opponevamo però sempre n° 10 corazzate al nemico, che sole 7 ne presentava in prima linea. Egli si avanzava compatto, avendo in seconda fila un buon numero di grosse navi, fra le quali contavasi un vascello di alto bordo di 92 cannoni. Numerando in tutto 27 navi, che si vedevano procedere risolute e disciplinate; mentre da noi la seconda squadra, forte di circa 400 cannoni, non si era ancora condotta al suo posto”

Per la cronaca: il Nocchiero che era al timone della ammiraglia Austriaca, la “Ferdinand Maximilian”, e che speronò affondandola l’ ammiraglia Sardo-Ligure-Siculo-Napletana, la “Re d’ Italia”, si chiamava Vincenzo Vianello, da Pellestrina, detto “el Graton” e fu decorato con la medaglia d’ oro al valor militare da Francesco Giuseppe: fu una delle tre medaglie d’ oro e delle cento quaranta d’ argento elargite in quel giorno ai marinai Veneti!( su un totale di 14 d’ oro e di 240 d’ argento: le altre furono concesse agli ufficiali austriaci!)

Al momento dello speronamento, Tegetthoff disse in Veneto al Vianello “daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!”

Al momento dell’ affondamento della nave Italiana, da quelle Austriache si levò un solo grido” VIVA S. MARCO”!

Guido Piovene, il grande scrittore ed intellettuale Veneto del ‘900, disse che “la battaglia di Lissa fu l’ ultima grande vittoria della Marina Veneziana”.

In poco più di una sola ora l’ abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti ha consentito alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 mori e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti.

La corazzata “Re d’ Italia”, speronata da quella austriaca, fu affondata in pochi minuti con la tragica perdita di 400 uomini, la corvetta “Palestro” fu colpita da un proiettile incendiario ed esplose trascinandosi dietro oltre 200 uomini.

La superiorità numerica Italiana su quella Austro-Veneta era di circa il 60 per cento di marinai e di circa il 30 per cento di ufficiali.

L’ antagonismo che vi era fra le due flotte era dato, principalmente, dal rancore che i Veneti avevano nei confronti dei Sardo Piemontesi, e degli altri Stati, per essere stati lasciati soli a patire la fame ed il colera durante la memorabile resistenza di Venezia nel 1849.

E ciò fu notato anche dal Garibaldi, il quale “s’ infuriò perché i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!”

E’ interessante, anche, quello che scrisse l’ ammiraglio Angelo Jachino nel suo libro “Navi e poltrone”: “Non vi fu mai alcun movimento di irredentismo tra gli equipaggi e tra gli austriaci durante la guerra, nemmeno quando, nel luglio del 1866, si cominciò a parlare della cessione della Venezia all’ Italia”.

Va infatti ricordato che quell’ infausto agosto del 1849, Venezia fu lasciata assolutamente sola a difendersi più che dalle soverchianti forze austriache ed ai loro cannoni che bersagliavano la città, dalla fame e dal colera che decimarono la popolazione. E quando il Governo Veneto chiese una sottoscrizione all’ Italia per essere aiutata, ponendo quale garanzia il Palazzo Ducale, vennero raccolte poche lire, al che il Tommaseo – alquanto demoralizzato – esclamò: “gli Italiani hanno dato a Venezia di che sfamarsi per una sola giornata!”

Ed i Veneti, di questo, se lo sono ricordato proprio a Lissa!

Alla fine, nonostante le sconfitte di Custozza e di Lissa, il Veneto venne annesso con la forza all’ Italia.

E a Napoleone III, imperatore dei Francesi, non resterà altro da dire in riferimento ai Savoia: “Ancora un sconfitta, e mi chiederanno Parigi”!!!

E Giuseppe Mazzini, l’ Apostolo dell’Unità d’ Italia, scriverà sul “Il Dovere” del 24 agosto del 1866:

“E’ possibile che l’ Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola nazione che non possa ricevere il suo se non per beneficio d’ armi straniere e concessioni umilianti dell’ usurpatore nemico?”.

Il 19 ottobre successivo nel Veneto si teneva uno degli ultimi plebisciti – burletta, come li definì Indro Montanelli nella sua “Storia d’ Italia”, per la sua forzosa annessione: forzosa, perché le votazioni avvennero sotto l’ occupazione del territorio da parte delle truppe Piemontesi, i votanti dovevano passare attraverso due ali di militari per depositare nelle due urne (una per il sì e l’ altra per il no) una delle due schede colorate, anche queste: una per il sì a l’ altra per il no! Democraticamente!

L’ unità d’ Italia era fatta.

Senza dare la possibilità al Popolo di esprimersi liberamente e in modo democratico.

“Uomini di ferro su navi di legno,

hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro

(dal rapporto dell’ ammiraglio Willelm von Tegetthoff , “Brogliaccio” di bordo della “Ferdinand Maximilian”)

L’eco della battaglia di Lissa fu molto ampio: mentre nei territori dell’Impero austroungarico si glorificò la grande vittoria, in Italia con l’andare del tempo si cercò di sminuirla, giungendo anche a trattare l’evento in modo sprezzante.

Un monumento a memoria dei caduti – opera dello scultore triestino Leone Battinelli – venne innalzato nel 1867 nel cimitero di Lissa, rappresentante al di sopra d’un alto basamento un leone coricato morente – alludente a quello di San Marco – che stringe fra le grinfie una bandiera austriaca. Sui lati del basamento vennero scolpiti i nomi dei caduti.

Quando la gran parte della regione, dopo l’ultimo conflitto, fece parte delle Republichei Serbe, Croate e Slovene, – o Juogoslavia – il monumento venne smontato e trasferito a Livorno, presso l’Accademia Navale.

e ancora lì giace sul fondo di un magazzino!

ORA NOI LO RIVOGLIAMO INDIETRO E DEVE FAR PARTE DEI MONUMENTI NEL PARCO DELLE RIMEBRANZE AI GIARDINI.

E’ UNA MEMORIA STORIA DELL’ULTIMA BATTAGLIA VITA DALLA SERENISSIMA, POICHE’ GLI EQUIPAGGI ERANO VENETI E NOSTRI FRATELLI VENETI OLTRAMARINI DALMATI!

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