Pax tibi Marce evangelista meus ?

Per il Santo Patrono Marco sembra non  esserci  mai  pace…

lettera del prof Gianpaolo Borsetto

 

mosaico-san-marco

Sul Gazzettino di giovedì 28 nella rubrica destinata alle lettere dei lettori una signora si lamenta della manifestazione del 25 aprile. Naturalmente di quella in onore di S. Marco.

La decadenza di Venezia è arrivata a questi livelli? si chiede la signora. Si signora!! Il grado di decadenza è misurato dal chiedersi se ricordare ed onorare il Santo Patrono sia un segno se non il segno della decadenza.
Il segno della decadenza è non capire, come confessa, dove va a parare il futuro della città se si onora quell’Evangelista che dall’anno 828 è patrono della città in sostituzione di S. Todaro.
Il 25 aprile i Veneti hanno festeggiato in Piazza S.Marco il loro patrono sventolando i colori marciani alla presenza del sindaco della città. Gli italianisti al mattino nella stessa piazza hanno ricordato qualcos’altro. E allora? Dovrebbero sentirsi offesi i Veneziani ed i Veneti a cui per tanto tempo è stato loro impedito di festeggiare l’evangelista.
Il corpo di S.Marco non è arrivato, come dice la signora, in isola ma a Venezia portato da Bono da Malamocco e Rustico di Torcello. Il Doge Giustiniano Partecipazio lo ha ricevuto forse il 31 gennaio 828 e “…per dono divino e volontà umana veniva deposto all’ombra del sorgente stato…” Bono e Rustego te ga dà fortuna che la fama al tempo ne tramanda avendo in çesto portà in laguna el Santo che a tutti ne comanda (Magnanin, Questi xe i Dosi).
La signora dice che S.Marco non sarebbe mai giunto in laguna.
Paolo Diacono afferma che Marco è giunto nell’alto Adriatico sino ad Aquileia mandatovi da S.Pietro (De ordine episcoporum Mettensius scritta tra il 783 ed il 786) “destinò Marco ad Aquileia” (Marcum vero Aquilegiam destinavit). La missione di Marco in laguna viene inquadrata in una più vasta missione riguardante l’occidente.
Paolino d’Aquileia accenna all’apostolato di Marco in Aquileia “…così Marco mandato dal beato Pietro arrivò alla città di Aquileia…”
Carlo Magno ne accenna in un diploma del 803 “..il venerabile Fortunato patriarca della sede di S.Marco…”
Nello stesso 803 nella corte di Aquisgrana si attribuisce la fondazione marciana sia alla chiesa di Aquileia che a quella di Grado.
Nel sinodo di Mantova dell’anno 827 si afferma che l’evangelista Marco è stato mandato da S. Pietro a predicare ad Aquileia da dove avviene l’exordiun Christianitatis totius Italiae.
Verso la fine del secolo IX la redazione di una Passio (terzo volume degli Acta Sanctorum di luglio al giorno 12) si parla della missione data da S. Pietro a S. Marco di recarsi ad Aquileia.
Il testamento dell’anno 829 del Doge Giustiniano Partecipazio contiene la decisione di erigere un monumento in onore dell’Evangelista. Il corpo veniva collocato in apposita cappella del palatium.
Andrea Dandolo, Doge cronista del secolo XIV, scrive: “…l’evangelista è sorpreso da una burrasca nella zona paludosa lagunare. La barca è costretta ad arrestarsi in un isolotto ubi…rivoaltina civitas constructa dignoscitur…” Il luogo è stato identificato nella attuale zona di S. Francesco della Vigna.
Le leggende sull’origine di Venezia da quella attiliana a quelle padovana e marsetiana danno anche un significato religioso all’emigrazione delle genti dalla terraferma. S. Marco diventa veneziano ed i mosaici della basilica lo illustrano con molta ampiezza. (facciata, cappella Zen, cantorie).
Per secoli S. Marco è rimasto vessillo e simbolo di venezianità e pazienza se altri ricordano nello stesso giorno avvenimenti avvenuti secoli dopo.
S. Marco significa una concezione religiosa e civile di cui Veneziani e Veneti condividono pienamente l’idea.

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Un pensiero riguardo “Pax tibi Marce evangelista meus ?

  1. Sui festeggiamenti del 25 aprile a Venezia.

    Da secoli il 25 aprile a Venezia è la festa di San Marco, patrono della città. La venerazione del Santo fu spontaneamente promossa dai veneziani, per essere poi proclamata dalle autorità, e vissuta come tale, per secoli, dalla sua popolazione, principalmente come simbolo di auto-affermazione della propria sovranità. Nient’altro che una solenne rivendicazione di appartenenza del proprio popolo ad una libera città-Stato prima, e ad un libero Stato, de tèra e de mar, più tardi. Una popolazione indipendente e ferma, quindi, nella propria convinzione di autoproclamarsi libera dalle oppressioni di quella sfilza di poteri temporali che per parecchi secoli (veramente troppi!) si sono affannosamente succeduti in variegate manifestazioni di accanimento nei suoi confronti. Manifestazioni di accanimento spesso dettate da impetuosi quanto infantili sentimenti di invidia nutriti dal potente di turno verso la perdurante natura “ibrida” delle sue istituzioni repubblicane, instancabili paladine di neutralità nello scacchiere geopolitico dell’Europa medievale e rinascimentale, della loro costante abnegazione nel fare osservare ai suoi cittadini il proprio diritto, garante nei secoli di libertà e di una composizione realmente cosmopolita per questi ultimi. E’ anche per queste ragioni che la festa di San Marco è sopravvissuta con sentita dedizione fino ai giorni nostri, ed alcune tra le sue più significative tradizioni, come la processione religiosa e la consegna simbolica del bocolo, vengono ancora sentitamente osservate dalla sua popolazione. Ed è sempre doveroso ricordare, perché molti tendono a dimenticarlo, se non peggio a ridicolizzarlo, che ciò continua ad accadere a distanza più di due secoli dalla caduta della Repubblica e dai tentativi di sistematica distruzione culturale e materiale del suo amato simbolo da parte del riconosciuto protagonista “libertario” della belle epoque europea, progenitrice diretta dei ben più conosciuti ed atroci nazionalismi del Novecento. Niente e nessuno meglio della città di Venezia e del suo prestigioso salotto internazionale, pertanto, riescono a rievocare e ribadire valori civici di libertà, appartenenza politica e religiosa in un affascinante, quanto attuale, mix di sacro e profano, riducendo a semplici macchiette coloro i quali, ogni tanto, se ne escono dai loro decrepiti sarcofaghi post-rivoluzionari con boutade degne delle migliori intuizioni del teatro dell’assurdo, per esempio quando propongono un 25 aprile veneziano all’insegna dell’ateismo, dell’agnosticismo e del razionalismo. Valori questi, guarda caso, esaltati a strumenti di liberazione proprio dal sopracitato distruttore del simbolo millenario della città; valori questi, più avanti negli anni, tragicamente elevati fino a religione di Stato, guarda caso, proprio da parte dei suoi sanguinari nipotini del Novecento.
    Ciò di cui stento a capacitarmi, invece, sono i motivi per cui coloro che sono soliti celebrare il 25 aprile in veste di autoproclamatisi paladini di giustizia e democrazia, professando di rifarsi ai valori dell’uguaglianza e della libertà, soprattutto verso le minoranze, i deboli e gli indifesi, si dichiarino “seriamente preoccupati” del fatto che il sindaco di Venezia abbia partecipato, assieme ai suoi concittadini veneziani e veneti, a quelle che altro non sono che sincere e spontanee manifestazioni di orgoglio ed appartenenza ad ideali di pace, libertà ed autodeterminazione, anche politica, peraltro riconosciuti e garantiti da qualsiasi moderna Costituzione repubblicana che voglia seriamente definirsi custode di libertà e democrazia per il proprio popolo. Manifestazioni di orgoglio e di rinnovata appartenenza che il gonfalone di San Marco, festeggiato il giorno della ricorrenza del santo patrono nell’omonima piazza della sua millenaria capitale (quando e dove sennò?), ancora è in grado di suscitare su vasti strati intergenerazionali della popolazione veneta.

    Non resta quindi che appellarci al Santo! Viva San Marco! Che tu possa liberaci da tutti i mali che affliggono la tua gente, compresa pure quella tentazione, tipicamente italiana, di rinverdire atteggiamenti autoritari e proibizionisti, paradossalmente (ma forse neppure tanto…) proprio durante la giornata che i padri costituenti di questo disgraziatissimo paese hanno voluto dedicare alla celebrazione del trionfo della giustizia e della libertà sulla violenza e la repressione!

    Lorenzo Dorigo

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