La Serenissima merita rispetto

di Massimo Tomasutti

 

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Cari Amici “Marcheschi”,                                                                                                                                Mi è capitato di leggere in rete l’intervento che lo storico e scrittore italiano Federico Moro ha ritenuto di dover dedicare, nella Rivista on line “Luminosi Giorni”, alla scottante questione dei “Panama Papers” e alla relativa corruzione economica e politica. Non Vi avrei certo chiesto di ospitare queste mie riflessioni sul suo intervento se esso non avesse ‘toccato’, tra le varie tematiche sollevate, anche la Serenissima Repubblica di Venezia. Argomento che – com’è noto -, mi trova sempre particolarmente sensibile. Sostiene, infatti, Moro che quei veneziani ‘veri’ conoscitori della storia dell’avita Repubblica, dovrebbero essere ampiamente “vaccinati” contro lo stupore oggi sollevato dal connubio denaro-politica e della conseguente corruzione emersa dai “Panama Papers”. E questo proprio in virtù della conoscenza delle vicende storiche dello Stato marciano; evidentemente – per il nostro storico – paradigma storiografico, o uno dei paradigmi, della corruzione, del nepotismo, degli ‘scambi’ di favori, ecc. sempre presenti nella storia umana in ogni organizzazione statuale ed ad ogni latitudine. In virtù di ciò Moro afferma di “sorridere”, quando sente ancora “i nostalgici venetisti o marcheschi che vaneggiano sulle presunte virtù morali dell’antica Repubblica”. Ora, che Moro dica di ‘sorridere’ quando sente proferire certi discorsi ‘nostalgici’ sull’antica Repubblica di San Marco può, più o meno, lasciar indifferenti. Ma ciò che, invece, non può lasciar indifferenti coloro che hanno passato lunghi anni sui testi di storiografia marciana è un certo semplicismo storico-interpretativo che, nel caso in questione, appare quantomeno imbarazzante per uno storico e studioso competente quale Moro senz’altro è. Che nella lunghissima vita della Serenissima (1100 anni) esistesse, ciclicamente, un discreto tasso di corruttela, di malversazione pubblica, ecc. è senz’altro vero e sarebbe ‘delirante’ negarlo. Solo per sintetizzare qui due polarità estreme basti, infatti, pensare sia a ciò che scriveva il diarista Marin Sanudo nel 1530, “i voti si comprano per denaro … Dio aiuti questa povera Repubblica” che all’elezione al corno dogale di Paolo Renier, il 119° doge nel 1779, che vide la provata corruzione dei 300 consiglieri coinvolti nella penultima tornata elettorale che doveva poi concludersi con la sua elezione. Ma detto questo, occorrerebbe tuttavia e necessariamente dire anche ‘altro’. Molto altro, qui per ovvie ragioni di spazio solo accennabile. La Repubblica aveva saputo comunque elaborare un sistema politico aristocratico capace di reagire con elasticità e pragmatismo alle inevitabili deviazioni e alle degenerazioni che si presentavano. I patrizi governanti che ‘scantinavano’ ebbero spesso e volentieri una vita difficile. D’altra parte, quale altro organismo statale ebbe tra i propri riti pubblici istituzionali quello dello “stridar i ladri” (gridare i ladri)? Dal 1416, infatti, venne istituito il rito della pubblicazione dei nomi dei nobili malversatori che si celebrava solennemente la prima domenica di Quaresima di ogni anno nella Sala del Maggior Consiglio, dove venivano portati i libri che contenevano i nomi di coloro che avevano “robbà li danari di San Marco” e ne veniva data lettura a gran voce, a vergogna dei rei. Esemplari poi, in questa prospettiva, le numerose lapidi visibili a Palazzo Ducale e/o all’Arsenale Navale con le ‘iscrizioni’ marmoree, a perenne memoria, dei malversatori pubblici. Nella Repubblica – come anche Moro dovrebbe ben sapere -, era meritevole di essere ‘ricordato’ solo chi si comportava male, non l’eroe combattente o il buon Magistrato che aveva ‘solo’ fatto il proprio dovere! E che dire poi della Magistratura detta “Inquisitori sopra il doge defunto”? Se ne conoscono analoghe in altri Stati coevi alla Repubblica in cui un capo di Stato subisse un’inquisizione contabile dopo la sua morte? Una Magistratura che faceva le ‘pulci’ alle spese fatte in vita dal Serenissimo Principe. I parenti dell’eroico Loredan, il doge che aveva avuto “tutto il mondo contro” con la Lega di Cambrai, si videro recapitare dagli Inquisitori la richiesta di ‘risarcimento’ di spese, a loro giudizio improprie, fatte in vita dal serenissimo principe sebbene egli ne avesse fatte di tasca propria, ‘per lo Stato’, in una misura cinque volte superiore a quelle contestategli! E gli esempi in questa prospettiva potrebbero ancora continuare. Ecco, forse, pensando alla storia complessiva della Serenissima in materia di “moralità pubblica”, soprattutto in relazione al luminoso esempio dell’Italia attuale, credo che, in fondo, da ‘sorridere’ vi sia ben poco.

Massimo Tomasutti

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