PERCHÉ UNA DECINA DI REGIONI OPPONGONO UNA FORTE RESISTENZA CONTRO LE ATTIVITÀ ESTRATTIVE IN ADRIATICO, IN UNO STATO COME L’ITALIA DOVE LE LOBBIES PRIVATE SONO INTOCCABILI ?                                                                                             ( Tratto da testi di Edoardo Rubini , che ne ha autorizzato la divulgazione ) .

Il prossimo 17 aprile tutti i cittadini iscritti alle liste elettorali saranno chiamati a votare al referendum richiesto dalle dieci regioni insieme.
Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha assecondato la decisione del governo di non accorpare questa consultazione con le elezioni amministrative. Questa scelta ha sollevato le proteste del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e si sono uniti all’appello i Presidenti dei Consigli regionali del Veneto Roberto Ciambetti e della Basilicata Piero Lacorazza. Quest’ultimo ha lanciato al capo dello Stato un appello perché decida per l’election day.
Lacorazza ha lamentato che la data del 17 aprile “mette a rischio l’applicazione della legge 28 del 2000 sulla par condicio, perché questa data non consente agli organi competenti di completare le procedure previste in tempo utile per far svolgere almeno 45 giorni di campagna elettorale, così come prevede la legge”.
Ancora una volta, lo stato-canaglia ignora gli interessi pubblici e orchestra gli atti della politica nell’esclusivo interesse delle lobbies, dei petrolieri e delle multinazionali.

foto trivellazioni

Un impianto di trivellazione in Adriatico

Come è nata la questione? Con il decreto legge 133/2014, denominato “Sblocca Italia” (misure urgenti per la realizzazione di opere pubbliche), il governo Renzi ha aperto la strada alla trivellazione delle coste dell’Adriatico per ricercare ed estrarre idrocarburi, mettendo in pericolo il nostro territorio.
Lo Sblocca Italia consente alle multinazionali del petrolio di ricevere direttamente dal governo centrale le concessioni per trivellare, mentre gli enti territoriali preposti a vario titolo alla difesa dell’ambiente e del paesaggio sono sostanzialmente depotenziati.
Per la Carta Costituzionale, la materia dovrebbe essere ricondotta al coordinamento e alla sussidiarietà tra Stato ed enti locali e Regioni – e non alla supremazia dello Stato. La gestione autoritaria della politica è sempre più in auge in tutto l’Occidente come risposta alle gravi crisi che affliggono Europa e Stati Uniti, davanti a fenomeni disastrosi, quali terrorismo, invasione di immigrati, disoccupazione, assenza di sicurezza. Sono tutti problemi che hanno origine nel malgoverno e ad essi si risponde svilendo il ruolo degli enti locali, ignorando la volontà popolare e imponendo scelte odiose e arbitrarie ai cittadini. Più la politica sbaglia, più la collettività subisce costrizioni e provvedimenti controproducenti presentati come necessari e urgenti.
A gennaio di quest’anno la Corte costituzionale ha ammesso uno dei sei referendum “anti-trivelle” proposti da dieci Regioni. Che cosa si chiede con il referendum? Più o meno: “volete voi che, quando scadranno le concessioni nelle acque territoriali italiane, quelle attività estrattive si interrompano, necessitando di un nuovo affidamento, anche se sotto c’è ancora gas o petrolio?”.
Il referendum, quindi, vuole rendere a tempo le concessioni. Invece, il governo Renzi le ha rese ad libitum, esercitabili tutto il tempo che vogliono i concessionari, fino ad esaurimento del giacimento.
La questione è senza dubbio di portata ben maggiore di quanto emerge dal quesito referendario.
Mentre 66 concessioni estrattive marine oltre le 12 miglia marine non sono coinvolte dal referendum, esso riguarderà 21 concessioni che invece si trovano entro questo limite, tra cui una nel Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia.
Si tratta, quindi, di contrastare i pericoli gravissimi che l’attività estrattiva comporta per le aree sotto costa. Se al referendum dovessero vincere il sì, gli impianti delle 21 concessioni di cui si parla dovranno chiudere tra circa cinque-dieci anni. Gli ultimi, cioè quelli che hanno ottenuto le concessioni più recenti, dovrebbero chiudere tra circa vent’anni.

CHE COSA SUCCEDE VICINO ALLE TRIVELLE?

Il mare accanto alle piattaforme estrattive è inquinato: sono contaminati più di due campioni su tre. Due terzi (il 76% nel 2012, il 73,5% nel 2013, il 79% nel 2014) delle piattaforme presenta sedimenti con un inquinamento che supera i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. I parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% degli impianti nel 2013 e nel 67% nel 2014.
I dati sono del Ministero dell’Ambiente e si riferiscono a monitoraggi effettuati da Ispra, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del ministero dell’Ambiente, su committenza di Eni, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine. Finora però non erano stati resi pubblici. Greenpeace lo scorso luglio aveva chiesto al ministero dell’Ambiente di prendere visione dei dati sui monitoraggi ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore nei mari italiani.
Delle oltre 130 piattaforme operanti in Italia sono stati consegnati all’associazione ambientalista solo i dati relativi alle piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano in profondità le acque di produzione. Si tratta di 34 impianti. Per gli altri 100 non sono state fornite informazioni. “La mancanza di dati per queste piattaforme può essere dovuta all’assenza di ogni tipo di controllo da parte delle autorità competenti o al fatto che il ministero ha deciso di non consegnare a Greenpeace tutta la documentazione in suo possesso”, si legge nel rapporto Trivelle fuorilegge. Uno studio sull’inquinamento provocato dalle attività estrattive in Adriatico.
Ma quali sostanze sono state trovate attorno alle piattaforme? Tra quelle che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli standard di qualità ambientale troviamo metalli pesanti (cromo, nichel, piombo e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), idrocarburi (fluorantene, benzofluorantene, enzofluorantene, enzoapirene) e idrocarburi policiclici aromatici. “Alcune di queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’uomo e causando seri danni al nostro organismo”, afferma il rapporto.
Dalle analisi effettuate nei tessuti dei mitili prelevati vicino alle piattaforme risulta che l’86% dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 supera il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli standard di qualità ambientale. Inoltre l’82% dei campioni di mitili presenta valori di cadmio più alti rispetto a quelli presenti nella letteratura scientifica. Segnali preoccupanti perché il “cadmio è un metallo altamente tossico che può generare disfunzioni ai reni e all’apparato scheletrico ed è tra le sostanze i cui effetti cancerogeni sono dimostrati scientificamente”.

GRAVI DANNI ALLA FAUNA MARINA

La corsa alla ricerca di fonti energetiche interne, che smarchi i consumi dall’approvvigionamento di gas e petrolio dall’estero, sembrerebbe un fine nobile. Di fatto, invece, le esperienze estrattive di petrolio e gas naturale nei territori italiani (in particolare in Basilicata) hanno mostrato tutti i loro limiti: operazioni costose e pericolose, limitate nel tempo in quanto ridotte alle riserve disponibili e che non valgono l’impatto visivo sul paesaggio e sull’ambiente, che si riverbera anche sul turismo balneare delle coste e sulla stessa pesca marina, settori economici di primo rango sul territorio.

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Trivellazioni in Italia

Quanto all’inquinamento marino, non si tratta solo di perdite di idrocarburi in mare, ma anche di esposizione della fauna marina alla tecnica dell’AIRGUN. L’Air gun permette l’ispezione dei fondali marini attraverso l’uso di aria compressa. Il rumore che produce tale metodo è 100mila volte quello del motore di un jet e provoca lesioni permanenti e letali alla fauna marina.

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Prospezioni petrolifere con l’AIR GUN letali per la fauna marina – L’AIRGUN permette l’ispezione dei fondali marini attraverso il rilascio in mare di aria compressa. Il rumore che produce tale metodo è pari a 100mila volte quello del motore di un jet e per la fauna marina è dannosissimo: può provocare lesioni permanenti e letali.

Si sono verificati numerosi casi di spiaggiamento di cetacei, cui sono seguiti studi che hanno accertato l’influenza delle ricerche petrolifere attraverso airgun. Il tema dell’airgun è stato al centro del dibattito parlamentare durante l’iter di approvazione della legge n. 68 del 19/5/2015 che inserisce i reati ambientali nel codice penale. Lo sfruttamento indiscriminato dei fondali marini va ad intaccare il settore della pesca ed altre specialità connesse del settore turistico, come l’enogastronomico.

INCIDENZA DELL’ATTIVITÀ ESTRATTIVA LOCALE SU FABBISOGNO ENERGETICO, OCCUPAZIONE ED ECONOMIA

Perché le compagnie petrolifere si ostinano ad investire in ricerca ed estrazione se l’estrazione in Italia è difficile e il è petrolio scarso sia quantitativamente sia qualitativamente,?
La risposta è semplice: È praticamente gratis: in Italia, i giacimenti di idrocarburi sono patrimonio indisponibile dello Stato, tuttavia lo Stato non si impegna direttamente nella ricerca e nello sfruttamento, ma lascia queste attività in concessione ad imprese private.
Il concessionario deve rispettare i programmi e pagare canoni proporzionati alla superficie coperta dai titoli minerari e royalties proporzionate alle quantità di idrocarburi prodotte.
Nell’anno 2014 il gettito da royalties è stato pari a € 401.915.004.65, nel 2015 è sceso a € 340.143.425,64 (dati del Ministero dello Sviluppo Economico). Le royalties italiane sono le più basse al mondo, mantenendosi al 10%, mentre per il resto del mondo si va dal 25% della Guinea all’80% della Russia e della Norvegia.
In realtà il sistema delle “franchigie” rende tutto più conveniente per i petrolieri. Le società non pagano nulla se producono meno di 20mila tonnellate di petrolio su terra e meno di 50mila in mare. Se si superano le soglie, c’è un’ulteriore detrazione di circa 40 euro a tonnellata (sconto del 3%).
Quindi viene pagato solo il 7% delle royalties dopo le prime 50mila tonnellate di greggio estratto. In buona sostanza, i giacimenti sono patrimonio dello Stato, ma il loro sfruttamento viene lasciato gratis in mano ai privati, inoltre per le compagnie petrolifere è più conveniente continuare ad estrarre piccole quantità piuttosto che smantellare e smaltire le piattaforme.
Come ci spiega la TOTAL, nel 2011 l’estrazione di idrocarburi copriva all’incirca il 7% del fabbisogno nazionale. Seguendo il principio della “coltivazione”, basterebbe decuplicare le estrazioni per raggiungere l’indipendenza energetica. Peccato che non sia così. L’estrazione degli idrocarburi in Italia è un affare solo per le multinazionali estrattive.
In una intervista a “Tempi” del 19 Giugno 2014 il Presidente di Federpetroli, Michele Marsiglia, diceva: “il nostro Paese potrebbe raddoppiare la sua produzione di idrocarburi se solo decidesse di trivellare l’Adriatico. Non solo, nell’arco temporale di 10/15 anni l’Italia potrebbe diventare una potenza energetica sfruttando i propri giacimenti a terra e in mare con una soddisfazione del fabbisogno nazionale del 47 per cento. Consideri che dopo l’estrazione vi è indotto di raffinazione, logistica, oleodotti, rete carburanti. Ad ogni modo, è vero che il Mar Adriatico è sempre stato ricco di idrocarburo, in particolare olio”.
Se con l’attuale andamento si prevede di mantenere il 7% fino al 2050, incrementando lo sfruttamento fino al 47% entro 5 anni non ci sarebbe comunque una sola goccia di petrolio.
In due anni l’apporto del petrolio e del gas è sceso dal 72,1% al 64%, mentre quello delle fonti rinnovabili sale dal 13,3% al 20%. Ricordiamo che di petrolio e gas ne produciamo il 7%, il resto lo importiamo: se si investisse nelle rinnovabili si arriverebbe probabilmente in breve tempo all’indipendenza energetica con surplus da esportare. Per sempre.
Mentre il Governo Renzi  per “sbloccare” l’Italia è intervenuto a favore delle multinazionali per gli idrocarburi, per le energie rinnovabili ha abbattuto gli incentivi per ottenere un mai visto risparmio in bolletta, addirittura in modo retroattivo.
I 25.000 nuovi posti di lavoro fantasma: lo dimostra IL TRAGICO ESEMPIO SICILIANO. Per “Assomineraria” consociata di Confindustria se si raddoppiassero le estrazioni si creerebbero 25.000 nuovi posti di lavoro. Sussistono autorevoli e circostanziati pareri contrari. Leonardo Maugeri (ex manager ENI e docente ad Harvard) su Sole24Ore ha dichiarato:
“Anzitutto, l’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro. Si pensi, per esempio, che la Saudi Aramco, il gigante di stato saudita che controlla le intere riserve e produzioni di petrolio e gas dell’Arabia Saudita, impiega circa 50.000 persone. Gran parte dei siti produttivi si controllano con poche persone, in molti casi da postazioni remote. Anche nel caso di un via libera generalizzato alle trivelle, quindi, è alquanto dubbio che si possano creare i posti di lavoro di cui si è parlato (25.000): forse il numero sarebbe di poche migliaia”.
A fronte di poche unità lavorative in più, quanta economia verrebbe meno con effetti negativi permanenti? I più evidenti sarebbero sul turismo e sulla pesca. Se sul turismo l’impatto è intuitivo, sulla pesca e sull’ecosistema del Mediterraneo occorre ricordare che il Mediterraneo è un mare chiuso. Sono già noti i danni provocati a causa del petrolchimico installato sulla costa orientale siciliana, nella rada di Augusta. I pesci che arrivano in tavola, sani all’apparenza, presentano profonde mutazioni e malformazioni.
I giacimenti italiani si trovano a grande profondità. Per rilevarli, quindi, occorrono tecniche particolari di “prospezione” che, specie in mare, sono particolarmente devastanti: l’air-gun. Si tratta di onde sismiche provocate da esplosioni di aria fortemente compressa. I punti di monitoraggio del ritorno delle onde sismiche consentono di verificare la densità in profondità sotto il fondale marino alla ricerca di eventuali “sacche”. Ogni 5-12 secondi, 24 ore su 24 per mesi.
Fra i danni ci sono i cambiamenti nel comportamento, elevato livello di stress, indebolimento del sistema immunitario, allontanamento dall’habitat, temporanea o permanente perdita dell’udito, morte o danneggiamento delle larve in pesci ed invertebrati marini. L’air gun era previsto fra gli eco-reati fino a che un emendamento abrogativo su cui c’era il parere favorevole del governo non è stato approvato il 5 Maggio 2015.
L’ecosistema marino e del Mediterraneo in particolare non può reggere una violenza di questo genere. In un mare chiuso il danno sarebbe permanente. In Sicilia dissero che con il petrolchimico saremmo usciti dal sottosviluppo e che ci sarebbe stata occupazione. Prospettarono l’Eldorado. Nessuno disse che i Siciliani avrebbero dovuto serrare i finestrini delle auto e tappare le bocchette di aerazione attraversando la SS 114. Un inferno col sole estivo, ma preferibile piuttosto che respirare 24 ore su 24 i miasmi per chi abitava nella zona.
Nessuno disse che l’occupazione sarebbe aumentata a scapito di altra occupazione e che lo “sviluppo” passava per morti per tumori e feti malformati. Nessuno disse che si sarebbero mangiati veleni.

LA “CROAZIA CATTIVA” HA BLOCCATO L’ATTIVITÀ ESTRATTIVA

Gli emissari delle lobbies in Italia hanno sempre sostenuto che non val la pena rispettare l’ambiente di casa nostra, né che lo Stato metta un ordine nelle attività produttive a tutela di salute e ambiente, perché tanto c’è sempre il “cattivo vicino” che se ne infischia delle nostre regole e ci inquina o viola il nostro territorio agendo vicino ai confini.
Lo dicevano con il nucleare, lo dicono oggi con la follia dello sfruttamento minerario dell’Adriatico. Sono stati smentiti dai fatti.
Nell’ottobre 2015 la Croazia ha bloccato le nuove attività estrattive di fronte alle sue coste.
“Abbiamo sospeso la ricerca del petrolio nel mare Adriatico e penso che dovrete farlo anche voi in Italia” sono state le parole di Llija Zelalic, delegato dell’Ambasciata di Croazia in Italia. Che ha spiegato: “Questo è un grande pericolo. Bisogna salvaguardare le coste”. Il messaggio del delegato dell’Ambasciata croata è stato chiaro: “La risorsa del turismo è più importante da sviluppare per i Paesi che si affacciano in questo mare. Il petrolio esiste in altri posti”.
Molto chiare anche le parole del ministro dell’Economia Ivan Vrdoljak che aveva preannunciato lo stop l’estate scorsa. Sono mesi, infatti, che il governo di Zagabria ha sospeso l’iter per l’approvazione finale dei decreti che autorizzano l’inizio delle attività petrolifere assegnatarie dei lotti di estrazione. I contratti non sono ancora stati firmati: tutto volutamente rinviato al dopo elezioni. Una decisione presa tenendo conto anche del calo del prezzo del petrolio. Si è votato l’8 novembre, ma la posizione dei Croati non è cambiata rispetto agli accordi presi con le compagnie. Nel 2015 il governo croato aveva assegnato dieci nuove licenze esplorative nell’Adriatico. A luglio hanno rinunciato alle concessioni l’austriaca Omv e la statunitense Marathon Oil, due compagnie petrolifere a cui erano state assegnate sette delle dieci aree di ricerca. Le altre tre erano state concesse all’ungherese Mol, alla società pubblica croata Ina e al consorzio tra l’Eni e l’inglese Medoilgas/Rockhopper con la società italiana che ha una quota del 60 per cento della licenza.

VENEZIA CORRE UN PERICOLO MORTALE

Nel piano triennale 2009 – 2011 presentato dal Governo si tornava a parlare della possibilità di trivellazione nell’Alto Adriatico per sfruttare i giacimenti di idrocarburi che lì si trovano.  La stima era di circa 30 miliardi di metri cubi totali estraibili di metano. Una cifra che può essere considerata allo stesso tempo importante come del tutto irrisoria nel rapporto “costi-benefici”. Infatti corrisponde a circa 6 mesi del consumo energetico italiano.

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Giacimenti di gas dell’Alto Adriatico (battezzati al femminile)

Alcuni aspetti dell’attività antropica possono influenzare in modo considerevole la subsidenza o addirittura causarne l’innesco. Se indotta dall’uomo, la subsidenza si esplica in tempi abbastanza brevi (al massimo alcune decine di anni), con effetti che possono compromettere opere ed attività umane. Le cause più diffuse sono essenzialmente lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’estrazione di idrocarburi e le bonifiche idrauliche.
In Italia le aree interessate da processi di subsidenza sono individuabili in corrispondenza sia della Pianura Padano-Veneta (inclusi i margini meridionali dei laghi alpini) sia di molte piane costiere (ad esempio la Pianura Pontina).
Oggetto di particolare attenzione per la loro rilevanza economica e artistica sono i casi di Venezia e Ravenna. Qui processi naturali e attività antropiche in passato hanno interagito male.
Il fenomeno difficilmente si potrà arrestare del tutto, essendo connesso a processi diagenetici, tettonici e di riequilibrio isostatico.

Passiamo ad alcune misurazioni rispetto alle attività estrattive eseguite nei pressi della costa a pochi chilometri da Venezia.

⦁ «[…] Recenti ricerche hanno rilevato significativi abbassamenti del terreno in corrispondenza dei pozzi metaniferi. Uno studio condotto in prossimità del giacimento di gas Angela-Angelina ha evidenziato che la coltivazione di tale attività ha prodotto in oltre 20 anni, sui fondali compresi tra i 4 e i 6 metri, abbassamenti presumibilmente superiori ai 200 cm. In prossimità del suddetto impianto, tra il 1984 e il 1993, si è registrato un abbassamento di 80-90 cm sui fondali compresi tra i 3 e i 6 metri […]» (dal Piano Strutturale Comunale del Comune di Rimini);

⦁ «[…] la subsidenza antropica ha raggiunto negli anni 1940-1980 (nella costa emiliano-romagnola) velocità massime di 50 mm/anno. Le cause accertate sono l’estrazione di acqua e di metano dal sottosuolo […]» (dalla pubblicazione della Regione dal titolo “Strategie e strumenti di gestione della costa in Emilia-Romagna”);

⦁ «[…] la coltivazione di un giacimento di metano produce un abbassamento di 7-9 mm/anno nella zona corrispondente alla proiezione in superficie del suo perimetro; l’area interessata dalla subsidenza indotta è compresa tra i 5 e i 10 km dal giacimento […] risulta che il trend della subsidenza è decisamente aumentato (2–5 mm/anno) nei circa 10 km di litorale che risentono degli effetti indotti dalla coltivazione del giacimento Angela-Angelina […]» (dalla rivista di Arpa);

⦁ «[…] tenuto conto che la subsidenza è un fenomeno irreversibile e che la componente naturale è ineliminabile, occorre azzerare o ridurre drasticamente nel più breve tempo possibile la subsidenza dovuta a cause antropiche. A tale scopo è necessario: – ridurre l’estrazione di fluidi dal sottosuolo; – evitare la concessione allo sfruttamento di nuovi pozzi di metano a terra e a mare, in una fascia bifronte di 3 miglia marina dalla linea di costa […]» (dal Master Plan della Costa del Parco del Delta del Po).

Detto tutto questo, il ministero ha rinnovato fino al 2027 ad Eni la concessione per l’Angela Angelina, di fronte a Lido di Dante, l’unica località della regione che ospita così vicino dalla costa (a due chilometri) una piattaforma per l’estrazione di metano, installata nel 1997.
Dal 1999 la località ha conquistato il primato in termini di subsidenza a livello di costa emiliano-romagnola e dal 1984 al 2011 si è abbassata di un livello record di 45 centimetri. Il tutto senza che i nostri amministratori facciano nulla per questa “anomalia”, se non stupirsi per l’ultima mareggiata che ha allagato la pineta.

Bastano pochi centimetri di subsidenza per rendere Venezia invivibile: già oggi numerose parti della città vanno sotto acqua con frequenti alte maree nel corso dell’anno.
Non ci sarà Mose che tenga contro nuovi allagamenti continui, cagionati dallo sprofondamento del suolo, perché non si possono tenere sempre chiuse le bocche di porto.
Se non si fermano le attività estrattive nell’Alto Adriatico, la sorta di Venezia sarà segnata!

LA COMMISSIONE ICHESE E IL TERREMOTO DELL’EMILIA

I terremoti che hanno colpito l’Emilia-Romagna tra il 20 e il 29 maggio 2012, uccidendo 27 persone e causando centinaia di feriti hanno fatto sorgere subito dei dubbi nella popolazione, ma anche tra i tecnici e politici: esiste un collegamento tra le attività di estrazione degli idrocarburi e i terremoti?
A questa domanda ha cercato di dare risposta la Regione Emilia Romagna che, con l’iniziativa del suo presidente nonché nominato commissario straordinario per l’emergenza terremoto Vasco Errani, ha istituito una Commissione internazionale di studiosi per cercare di dare una risposta chiara a questo dubbio di correlazione tra perforazioni del sottosuolo e sismicità.
E’ così stata creata la cosiddetta COMMISSIONE ICHESE (questa sigla sta per: International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region) che è appunto una commissione internazionale “tecnico-scientifica per la valutazione delle possibili relazioni tra attività di esplorazione per gli idrocarburi e aumento di attività sismica nel territorio della regione Emilia Romagna colpita dal sisma del mese di maggio 2012”. Pertanto un gruppo di studiosi di varia provenienza ha iniziato di fatto il suo lavoro nel maggio 2013, un anno dopo il sisma.

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Le conclusioni del rapporto della commissione Ichese sono state anticipate dalla rivista Science, che cita fonti secondo le quali ”il rapporto sarebbe stato presentato alla Regione Emilia-Romagna, almeno un mese fa”. Secondo le stesse fonti ”i politici sia a livello regionale sia nazionale sarebbero preoccupati per gli effetti e starebbero ritardando la pubblicazione”.

Il rapporto, spiega Science, esclude che il deposito di gas naturale sopra la faglia geologica attiva nei pressi di Rivara nella valle del Po possa aver causato i terremoti, perché le trivellazioni dovevano ancora iniziare quando questi si sono verificati.
Invece, secondo Science, il rapporto ”punterebbe l’indice su un altro sito: il giacimento di petrolio di Cavone, gestito da Gas Plus”.
Science sostiene di aver visto le conclusioni del rapporto nelle quali ci sarebbe scritto che ”non può essere escluso che le attività di estrazione nel sito potrebbero aver innescato il terremoto del 20 maggio, il cui epicentro è a 20 chilometri di distanza”.
In Emilia Romagna da decenni si estraggono petrolio e gas naturale. Dopo le liberalizzazioni del 1998 e 2001, non c’è più solo l’Eni, ma è diventata terra di conquista da parte di tutte le compagnie. Nel maggio 2012 c’è stato il grave episodio del terremoto: con in particolare le due forti scosse del 20 e 29 di quel mese, con 27 persone uccise e centinaia di feriti, e tanti danni a case, chiese, fabbriche; nell’area della pianura padana emiliana, specie nell’epicentro delle province di Modena, Ferrara, ma anche in quelle di Bologna, Reggio Emilia, e con forti danni nel mantovano in Lombardia e nella provincia di Rovigo nel Veneto

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Terremoto in Emilia del 20 maggio 2012 – localizzazione dell’epicentro e scala delle intensità

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