IL CORAGGIO E LA FORZA DA LEONE DI UN DOGE VECCHIO E CIECO, ENRICO DANDOLO.

Goffredo di Villehardouin (uno dei più noti cronisti del periodo della Quarta Crociata), riferisce che, se anche le navi veneziane erano ormai molto vicine alla costa, i marinai esitavano, ma fu Dandolo a dare l’esempio: “Il Doge di Venezia, un uomo vecchio e cieco, si mise in piedi sulla prua della sua galea con il vessillo di San Marco e ordinò ai suoi uomini di sbarcare. Quando questi sbarcarono, egli saltò giù dalla prua e piantò il sacro vessillo davanti a sé. E quando gli altri videro lo stendardo di San Marco davanti alla galea del Doge, provarono vergogna e iniziarono ad avviarsi alla battaglia.”

Enrico Dandolo, quarantunesimo Doge di Venezia, è noto per la sua devozione e longevità e per il suo ruolo cruciale nella Quarta Crociata che portò al sacco di Costantinopoli e alla caduta dell’impero di Bisanzio. Tutto questo è reso ancora più rilevante dal fatto che Enrico era cieco, si narra perché Manuele Comneno lo avesse fatto abbacinare per una risposta insolente a Costantinopoli. Nato in una potente famiglia veneziana, Enrico Dandolo fu al servizio della Repubblica come diplomatico per gran parte della sua vita. Eletto doge nel giugno del 1192 (compare per la prima volta la promissione ducale), già in tarda età, si dedicò con grande energia ai suoi incarichi. Negli anni a seguire riformò la moneta veneziana e il suo sistema legale e si impegnò per stringere legami più forti con le potenze europee. Nel 1202 i cavalieri della Quarta Crociata erano bloccati in Italia, senza fondi per pagare il passaggio sulle navi: Dandolo “prese la croce” e fece di Venezia il primo finanziatore della crociata. Questo alla fine portò all’attacco a Costantinopoli del 1204, a cui il doge era presente con un ruolo attivo. Dandolo morì poco dopo, il primo giugno 1205, e fu seppellito a Santa Sofia. Nato in una delle famiglie più facoltose e importanti di Venezia, il giovane Enrico era destinato al servizio della Repubblica. Il padre, Vitale, era un giurista stimato e membro della corte ducale, era un consigliere vicino al Doge Michiel. Dopo diverse cariche amministrative, nel 1171, all’età di 64 anni, Enrico Dandolo entrò a far parte del corpo diplomatico veneziano, nominato bailo a Costantinopoli  dallo stesso Michiel. Nel marzo di quello stesso anno l’imperatore bizantino Comneno aveva requisito i beni di migliaia di cittadini veneziani che vivevano nel suo regno. Dandolo accompagnò il doge Vitale Michiel II in una disastrosa missione militare contro Costantinopoli; sopraggiunse la peste in missione. Ritornati a Venezia, Michiel scappò dopo una tumultuosa assemblea popolare, ma scappando dal Palazzo dei Dogi fu accoltellato pare all’angolo di Calle delle Rasse. Enrico non fu ritenuto responsabile, venne invece nominato ambasciatore per cercare un accordo diplomatico con Bisanzio. La leggenda vuole che durante la sua seconda missione Dandolo avesse difeso gli interessi di Venezia con tale vigore che l’imperatore bizantino lo fece accecare. In realtà, le fonti storiche dimostrano che Enrico Dandolo perse la vista gradatamente fra il 1174 e il 1178, con ogni probabilità a causa di un forte colpo alla testa.

Dandolo tornò senza aver siglato nessun trattato (Venezia e Bisanzio non ne avrebbero sottoscritto uno fino al 1186) e fu inviato come ambasciatore prima nel Regno di Sicilia e successivamente, nel 1191, a Ferrara. Le sue capacità diplomatiche furono ricompensate con la cooperazione di entrambi gli interlocutori allo scopo di limitare l’influenza bizantina nel Mediterraneo occidentale. In riconoscimento ai suoi servigi, nel 1178 Dandolo divenne una delle quaranta persone che avevano il potere di eleggere il doge. Nel giugno del 1192, quando Orio Mastropiero si ritirò in un monastero, Enrico Dandolo fu eletto doge di Venezia.

Sebbene fosse anziano e cieco, Enrico Dandolo si dimostrò un governante capace e energico. Uno dei suoi primi atti ufficiali fu la “promissione ducale”, che codificava i diritti e i doveri del doge. Nei mesi successivi, usando la sua formazione in ambito legale, riformò il codice penale di Venezia e pubblicò la prima collezione di statuti civili della Repubblica. Nel 1194 rivolse l’attenzione a una riforma monetaria che avrebbe fatto del “grosso” d’argento veneziano la valuta di riferimento per il commercio in tutto il Mediterraneo.

Dandolo spese altrettanta energia nei rapporti diplomatici. Con la sua esperienza pose fine alle dispute commerciali con Verona, stipulando trattati nel 1192 con la città e con Treviso. A questi successi fecero seguito trattati con il Patriarca di Aquileia (1200), il re dell’Armenia (1201), il Sacro Romano Imperatore (1201) e la stessa rivale Bisanzio (1199). Dandolo condusse anche con successo campagne militari contro Zara, che aveva cercato di unirsi all’Ungheria, e contro Pisa, che aveva cercato di stabilire degli avamposti in Istria, una zona che secondo Dandolo ricadeva sotto l’influenza veneziana.

La Quarta Crociata

Nel 1198 papa Innocenzo III era salito al soglio pontificio e aveva cominciato a invocare una nuova crociata per liberare la Terrasanta. Per lo più ignorato dai reali europei, il suo appello fu raccolto dal conte Tebaldo di Champagne e dal conte Bonifacio del Monferrato. A corto di fondi, i crociati inviarono dei messaggeri alle città-stato marittime per ottenere trasporto in Egitto, da dove speravano di colpire il cuore delle terre della dinastia ayyubide e da lì proseguire per liberare la Palestina. Nel 1201 il parlamento crociato di Compiègne nominò sei plenipotenziari, e questi, dopo essersi consultati, decisero di recarsi a Venezia, perché qui era stata riservata accoglienza cordiale al legato di papa Innocenzo III, e nel Palazzo che stupì tutti i convenuti per la sua bellezza, il Doge Dandolo rispose ai Crociati che doveva consultare le varie assemblee politiche e alla fine quella popolare.  Nella Basilica di San Marco i plenipotenziari si gettarono ai piedi dei Veneziani, chiedendone la pietà della Terra Santa d’oltremare, poiché nessuno sul mare aveva un potere così grande quanto quello della Serenissima. Si stipulò un trattato dove i Veneziani si impegnavano a fornire entro fine giugno 1202, i mezzi navali più i viveri necessari per un anno.  Il doge Dandolo acconsentì di trasportare 33.000 soldati, un numero ambizioso, in cambio di un sostanzioso pagamento; il contratto fu ratificato dal papa. Era un vero e proprio contratto di trasporto e rifornimento, per soddisfare la richiesta i veneziani costruirono 50 navi da guerra e 450 da trasporto, e in più lo Stato Veneziano si impegnava ad armare in  proprio cinquanta galere, partecipando ai rischi dell’impresa ed agli eventuali profitti nella misura del cinquanta per cento. L’indeterminazione segnava già la Quarta Crociata sin dall’inizio: non era stato raggiunto un accordo sull’obiettivo immediato, Egitto o Siria, e dopo aver stipulato il contratto si ebbero le prime defezioni, e i Crociati nel giugno del 1202 si accorsero di esser rimasti in pochi, e che mancavano trentaquattromila marche sul prezzo pattuito. Accampati al Lido e delusi questi uomini ripensavano alle promesse fatte da Alessio, figlio esule dell’imperatore bizantino detronizzato, desideroso di risalire sul  trono. La situazione era estremamente difficile anche per i >Veneziani, che avevano impegnato enormi capitali nell’armare quella imponente flotta… Allora Dandolo radunò Crociati e popolo nella Basilica Marciana, e fece una proposta molto discussa, offrendo ai Crociati un mutamento di contratto; egli stesso avrebbe preso la Croce, i Veneziani da trasportatori a Crociati essi stessi, Dandolo avrebbe preso il comando dell’impresa,  e da contratto di trasporto si ebbe un accordo di compartecipazione totale. Si afferma erroneamente da secoli che il Doge e i Veneziani avessero preteso l’impiego dei Crociati per recuperare Zara, mentre i Crociati stessi pensavano ai futuri sviluppi con un’eventuale riunione tra chiesa greca e quella romana, e tutti le passività nel frattempo erano a carico dei Veneziani. Il primo ottobre 1202 l’armata prese il mare, e mai si vide più bella flotta. A Zara non fu una tappa pacifica, l’ostilità degli abitanti e delle truppe ungheresi conclusero in un assedio, sfociato in assalto e saccheggio. I <veneziani furono incolpati e quindi scomunicati dal papa. Dandolo vedeva l’urgenza di riprendere il viaggio, e a Corfù dopo altre trattative tra Crociati e Veneziani si ripartì per Costantinopoli.  Qui arrivati, nessuno ad aspettare Alessio… allora si imbarcò Alessio IV sulla galera dogale, sperando nel consenso popolare degli abitanti assiepati sulle rive. Ma la folla insultava quel pretendente, accompagnato da stranieri, e lo derideva. I Bizantini si erano uniti contro il pretendente. I Crociati così, seppur sperando di limitarsi a un’azione dimostrativa, dovettero prepararsi a una vera battaglia.  Il 17 luglio 1203 fu sferrato l’assalto, Alessio III fuggì e Isacco Angelo riprese il suo posto. Fu incoronato solennemente a Santa Sofia, e fu proclamata l’Unione delle due Chiese. La popolazione greca era infastidita dalla presenza dei Crociati e Veneziani, costretti a svernare a Costantinopoli da Alessio IV, che voleva consolidare il suo potere, e cresceva dissenso e malcontento. Un gravissimo incidente successe in seguito al saccheggio di una moschea, dei Pisani, Veneziani e Fiamminghi per sfuggire ai greci crearono un incendio, che fece molte vittime. Alessio dopo la rottura fra Franchi e Greci, cercò di affrancarsi dai Crociati, anzi disprezzandoli e evitando di  tener fede agli impegni  di pagamento e di supporto verso la Terra Santa.  I Francesi si recarono al palazzo dell’imperatore  chiedendo di essere pagati: alla risposta negativa dissero che si  si sarebbero trattenuti dei beni a lui appartenenti, e lo stesso Doge disse di volergli parlare al porto.. L’imperatore si recò a cavallo, e il Doge con quattro galere. Enrico Dandolo minacciò Alessio, dicendogli che l’avrebbe rigettato nei guai da dove era stato tratto, e che lo sfidava a difendersi dal male che gli sarebbe stato procurato dai Veneziani. Alessio disse che non avrebbe fatto nulla più di ciò che aveva già fatto. I Greci lanciarono un’offensiva contro la flotta veneziana, che per fortuna ebbe la meglio. Nel 1204 le ostilità con i  Greci continuavano,  Dandolo dopo aver cercato accordi con il Murzuflo, che aveva preso il posto di Alessio IV proclamandosi Alessio V, cercando una fine delle ostilità, ma dovette stare alla decisione dei Crociati, cioè riprendere Costantinopoli.  Nonostante la sua età, Dandolo prese parte attiva nella pianificazione ed esecuzione dell’azione militare, conducendo i suoi veneziani contro le dighe della grande città, che cadde preda dei crociati nell’aprile del 1204. In seguito Dandolo giocò un ruolo centrale nella formulazione del trattato che suddivideva l’impero tra bizantini e crociati (che volevano formare un impero “latino” e cattolico), riuscendo a riservare a Venezia notevoli diritti da una parte e dall’altra.
Dandolo si unì alla disastrosa invasione della Bulgaria pagana da parte dei crociati, ma tornò a Costantinopoli e morì il 1° giugno del 1205. Fu seppellito a Santa Sofia, anche se la posizione esatta della sua tomba nella grande basilica è sconosciuta.

Dandolo nella Storia

Oggi Enrico Dandolo è considerato uno dei più grandi dogi nella storia di Venezia. Prese il controllo di una potenza commerciale in declino, minata dalla corruzione e dall’inefficienza e sfidata da potenze grandi e piccole in tutta la regione. Il commercio era andato in declino e la sua potenza militare era quasi nulla. Alla sua morte Dandolo aveva posto fine a tutte le minacce esterne all’influenza veneziana, facendone ancora una volta la più grande potenza commerciale del Mediterraneo. Gli storici hanno definito Dandolo “fondatore dell’impero coloniale veneziano”. La città rimase prospera, stabile e sicura per tutto il secolo successivo.

 

La resa di Zara, Domenico Tintoretto,  la pietra tombale di Enrico Dandolo a Costantinopoli.

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