Uno sguardo alle prime leggi Venete.

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Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti
Conferenza martedì 15 dicembre 2015, ore 15.30 – Aula Tommaseo
Ateneo Veneto, Ordine Distrettuale Avvocati Venezia
CORSO DI STORIA DEL DIRITTO
VENEZIANO
Diritto veneto e Diritto romano: impostazioni diverse
Relatore: Edoardo Rubini
UNO SGUARDO ALLE PRIME LEGGI VENETE
La nostra analisi si sviluppa muovendo dal più antico diritto attestato nelle fonti venete, perché attraverso questi documenti noi possiamo misurare le distanze dal diritto romano.
Di  solito  si  indica  il  Mille  come  il  periodo  in  cui la  Repubblica  comincia  a  produrre  leggi scritte,  ma  tale  riferimento  ha  un’importanza  relativa  dato  che  la  legislazione  veneta  affonda le radici nell’evoluzione delle sue consuetudini. È interessante notare che i testi più antichi, a noi pervenuti, sono di natura penale. La promissiònin origine era una legge giurata  dal  popolo  riunito  in  Arengo,  cioè  nell’assemblea  popolare  che  si  teneva  davanti  al
Duca. A rigore, si diceva constitutiola legge giurata dal Doge e dai maggiorenti; la sua validità, in tal caso, dipendeva dalla collaudatio populi, cioè dall’approvazione dell’Arengo.
La  cronaca  di  Andrea  Dandolo  riferisce  di  una  promissiòn del  Doge  Orso  Partecipazio dell’876, che vietava ai mercanti veneti di commerciare schiavi in Levante e in Terraferma.
Esiste poi il testo completo di una  constitutio successiva emanata nella stessa materia nel giugno 960 da Pietro Candiano IV, la quale si vietava di vendere, comprare, trasportare per mare schiavi o comunque prestar denaro per l’esercizio della tratta; pene previste, 5 lire d’oro di multa e per chi non pagasse mutilazione, morte, confisca dei beni, scomunica.
Avevano carattere di promissioaltre due leggi: la prima del luglio  971, sanciva il divieto di fornitura di materiale bellico ai Saraceni, con  pene che andavano dalle 100 lire d’oro di multa alla pena di morte; la seconda, del febbraio 998, puniva chi provocava tumulti armati dentro le mura di Palazzo, con 20 lire d’oro di multa, oppure con la vita.
Ha inoltre natura penale il più antico codice completo di leggi veneziane sinora reperito: la Promissio Maleficiorum risalente al 1181.
Sin dalle origini, laPromissio Maleficiorum si distinse dalla promissione ducale, che era il giuramento del Capo dello Stato al momento del suo ingresso in carica.
La  PROMISSIONE  DUCALE è il principale atto di valore costituzionale: con essa il neoeletto Serenissimo Principe si impegna su norme di diritto pubblico volte a limitare i suoi poteri a
somiglianza  del  giuramento  sui Capitolari,  cui  doveva  procedere  ogni  altro  magistrato  a scadenze regolari durante l’esercizio della carica.
La Cronaca di Giovanni Diacono, nel passo dove narra dell’elezione di Pietro Candiano IV nel 959, come pure la Cronaca del chierico Tino relativa all’investitura di Domenico Selvo nel 1071, evidenziano che l’elezione dei primi dogi avvenne per acclamazione e che  era il
popolo a giurare fedeltà al Doge.
La  promissione  pronunciata  dal  Serenissimo  Principe  al  momento  dell’elezione  è  una prassi successiva, che si impose con il sistema elettivo del Millecento. La prima Promissione ducale pervenutaci nella sua interezza è quella di Enrico Dandolo del 1192, perché solo un
ventennio prima, era il 1172, l’Arengo aveva abbandonato il sistema dell’acclamazione.
Per eleggere Sebastiano Ziani il popolo nominò, infatti, per la prima volta undici elettori che procedettero alla sua designazione, cui seguival’approvazione popolare tramite  collaudatio populi. Il sistema elettivo al posto di quello trionfale indusse a specificare meglio i
doveri dell’eletto alla massima carica dello Stato.
La PROMISSIO MALEFICIORUM è – dicevamo – un piccolo codice penale, con norme sostanziali e procedurali, emanato nella forma della  constitutio: la prima di cui abbiamo notizia è quella del Doge Orio Malipiero del marzo 1181.
Il 7 luglio 1232 viene deliberato il  Liber Promissionis Maleficiidi Jacopo Tiepolo; si componeva di 29 Capitoli e, avendo subìto poco tempo dopo qualche rara riforma (Correziòn), transiterà in versione integrale nelle compilazionisuccessive. Rientrerà anche in quella conclusiva in materia penale, redatta da Angelo Sabininel 1751, recante il titolo di Leggi criminali  del Serenissimo Dominio Veneto in un solo volume raccolte, e per pubblico decreto ristampate.
Una decina d’anni dopo l’adozione della Promissio Maleficiorum, il Doge Jacopo Tiepolo – era il 1242 – emanò gli  Statuta contenenti per lo più norme civilistiche: viene a  compiersi così,  a  metà  del  Duecento,  l’assetto  normativo  fondamentale  che  la  Veneta  Serenissima Repubblica manterrà per oltre cinque secoli.
Il prof. Giorgio Zordan, che insegna Storia del Diritto a Padova, ha definito  IUS  CONSTITUTUM le  norme  scritte  di  “rango  costituzionale”  del  Diritto  Veneto.   Queste  fonti  principali
sono state individuate nei  Capitolari(ossia le norme procedurali e di diritto pubblico  specifiche di ogni singola magistratura), le  Promissioni Ducali e gli Statuti. In seguito, con il Trecento, il Diritto Patrio si allargò a dismisura: siaffermava un nuovo tipo di legislazione ad opera delle magistrature, un profluvio di Parti consiliari andrà così ad investire tutti i settori  della vita pubblica e privata.
Il legislatore veneziano non abrogava mai le norme,coltivando una venerazione per la legislazione ereditata dai Padri: faceva, piuttosto, cadere in desuetudine le norme da tralasciare. Erano, dunque, bandite riforme troppo radicali. Si dava luogo a raccolte di norme
che riordinavano l’esistente, dove si ometteva ciò che era superato. Pensiamo al contrasto con l’attuale uso politico che adotta la parola d’ordine “riforma” per certificare l’efficienza dei governi in carica! Allora, invece, le istituzioni operavano per l’ingrandimento dello Stato, ma sempre mantenendo il ruolo di baluardo dell’ ordine sociale tradizionale.
L’IMPIANTO TEORICO DEGLI ANTICHI ORDINAMENTI
Il Diritto Naturale, come profilato con precisione  e rigore da San Tommaso d’Aquino, costituiva  la  base  filosofico-giuridica  che  alimentava  la  coscienza  comune  attraverso
l’educazione e l’esempio offerto dall’Autorità. La Giurisdizione si componeva di due Autorità che operavano in ambiti distinti: la Maestà Divina (Autorità Spirituale, cioè la Chiesa Cattolica) e la Maestà Temporale (il “Principe”, cioè lo Stato).
Fino a tutto il ‘700 in Europa dura una società religiosa, che segue l’idea che la legislazione “positiva” (posta cioè dallo Stato) sia qualcosa che va solo ad aggiungersi al Diritto
Naturale. Al centro del mondo si pone il Diritto Divino, che le leggi create dal legislatore politico vanno solo ad integrare, ma non a modificare.
Nonostante gli ordinamenti antichi, in realtà “Stati Cristiani”, poggiassero su fonti giuridiche  di  natura  eterogenea,  esse  erano  il  riflesso  del  comune  sentire.   Il  diritto  antico  era l’eredità dell’uso comune, non aveva bisogno di grandi studi letterari per essere conosciuto. Ci si richiamava ad un ordine ideale di matrice religiosa, facile da capire e da rispettare
perché basato sulla Tradizione, cioè su una pratica quotidiana accessibile a tutti. Come misi in evidenza già al tempo in cui fu discussa la mia  tesi di laurea all’Università di Bologna, il
diritto antico aveva un carattere popolaresco, aderente allo spirito della gente comune assai di più di quanto lo sia il diritto “liberale”, spesso di sapore elitario ed iniziatico.
Esistevano, infine, degli strumenti pratici per ovviare alla frammentarietà normativa di cui dicevo. In particolare, c’erano dei testi a stampa, le  Pratiche forensi, che oggi chiamiamo “dottrina”, ossia dettagliati manuali giuridici dedicati sia al civile, sia al criminale.
Erano impostati in forma sintetica e con struttura unitaria: condensavano i materiali legislativi, giurisprudenziali e dottrinali che formavano l’ordinamento. La loro pubblicazione offriva un buon quadro di riferimento a tutti gli operatori della giustizia, ma soprattutto se ne giovarono i magistrati, a cui tali trattati sembrano rivolgersi per guidarne l’operato.
Nei tempi antichi al legislatore era estranea l’idea egemone negli ordinamenti liberali di creare  un  ordinamento  giuridico  che  avesse  il  carattere  della  completezza  e dell’indipendenza da un ordine morale trascendente.
Questa è invece l’impostazione di ispirazione illuminista che si affermò con il processo di codificazione  e  con  il  costituzionalismo,  che  discendeva  dall’idea  positivista  di  creare
l’Uomo Nuovo e la perfetta società umana. Solo dopo la Rivoluzione Francese si riscontra l’esigenza di abrogare ogni vestigia della Tradizione per introdurre la legislazione rivoluzionaria, che vanterebbe il pregio di apportare all’umanità benefici fino ad allora sconosciuti.
Alla maggior parte degli storici moderni sfugge chenel passato esisteva una solida rete di  norme  morali  che  definivano  cos’è  l’uomo,  cos’è  la  famiglia,  cos’è  l’Autorità,  qual  è  il rapporto tra genitori e figli, che cos’è la  vita umana, che cos’è  il matrimonio, anche Chi è Dio. Tutto ciò formava la stessa base della Civiltà e, quindi, il fondamento del diritto.
Nel costume odierno opera il dogma della “libertà di pensiero”, ma con quali esiti? È un mondo dove le coscienze sono lasciate in balia dei messaggi veicolati dalla comunicazione di massa, del tutto ignari del vero e del giusto (fenomeno del conformismo). Il  Diritto Naturale, invece, consisteva in regole e concezioni che non solo prescindevano dalle scelte individuali degli stili di vita, ma soprattutto escludeva dalla sfera decisionale del potere politico i principî morali, sicché nessun legislatore poteva legittimamente porvi mano. Vediamo subito la distanza con i parlamenti di oggi, dove le questioni definite in gergo tecnocratico “temi etici” divengono oggetto di continue discussioni e trattative, un po’ come al mercato. Pochi sembrano far caso al fatto che così lo“Stato liberale” manipola le nostre vite.
A partire soprattutto dal ‘500, i vari filosofi politici come Hobbes, Grozio, Pufendorf, Hume, Locke, Kant e poi gli illuministi, tutti impegnati a ridefinire la sfera di potere dello Stato,
si sono scordati di avvisarci che i limiti formali  posti all’Autorità dalle loro teorie filosofiche (che concepiscono la comunità come una mera sommatoria di individui, sulla scorta dei vari  concetti  come  “stato  di  natura”,  “contratto  sociale”,  “volontà  generale”,  “uguaglianza”, ecc.) hanno generato assetti sociali assai più deboli e ambigui, meno capaci di garantire una pacifica convivenza, rispetto a quelle più antiche  concezioni religiose – veri cardini della Civiltà Europea – che queste correnti di pensiero hanno intaccato.
L’EMARGINAZIONE DEL DIRITTO ROMANO DALL’ORDINAMENTO VENETO
E veniamo al rapporto tra Diritto Veneto e Diritto  Romano. Dagli albori del Medioevo all’avvento dei processi di codificazione, che specie nell’Ottocento portarono alla creazione di ordinamenti giuridici concepiti come autonomi, quasi tutto il mondo occidentale si resse su un fondamentale assetto giuridico: nelle singoleterre o città vigevano gli  Statuti locali, ossia compilazioni di norme varie prodotte per lo più sulla scorta di consuetudini locali e privilegi pubblici. Nelle loro norme gli Statuti operavano frequenti rinvii al Ius Commune, il grande corpo giuridico formato in massima parte da  leggi romane e canoniche, sicché per lunghi secoli  il  Ius Communeromanistico garantì all’Europa un comune assetto giuridico.
Tuttavia, le terre venete si sottrassero a questo sistema. Vediamo come mai.
La norma cardine che disciplinava la gerarchia delle fonti nel Diritto Veneto era contenuta nei Prologhi degli statuti tiepoleschi del 1242.Il primo Prologo recita: «Poiché vogliamo,
dunque, che tutti coloro che sono sottoposti alla nostra giurisdizione usino questi Statuti, comandiamo che i nostri Giudici nel giudicare non si discostino dalle norme in essi contenute, ma che rendano piena giustizia a tutti, osservandoli con piena diligenza … E se qualche
volta ci si imbattesse in qualche caso che gli statuti non abbiano previsto (si consideri che i casi della vita sono sempre di più delle norme che dovrebbero regolarli), bisogna procedere
da simile a simile se nella questione estranea si rinviene qualcosa in comune con il contenuto della norma. Oppure si può procedere secondo la consuetudine, se essa è approvata. Altrimenti se il caso è completamente diverso, o non sitrova una tale consuetudine,decidano
i Giudici come parerà essere giusto ed equo alla loro prudenza». In sostanza, il sistema giuridico voluto a Venezia prevede che i giudici applichino gli Statuti, in subordine si applichino
queste norme con criterio analogico, in mancanza diquesta possibilità, che si applichino le consuetudini; qualora manchi tutto ciò, ci si deve  rimettere all’equità del giudice (il testo qui non usa però la parola “arbitrium”).
Attira l’attenzione il fatto che, mentre nei tribunali di tutta Europa si fa ricorso alla disciplina romanistica, la legislazione veneziana la ignora finanche come fonte integrativa; tale
silenzio suona come il disconoscimento della sua efficacia nello Stato Veneto.
Nella sua dettagliata opera, “Giurisprudenza Veneta”, l’avvocato Daniele Manin spiega con parole semplici e precise la questione. Nella legislazione veneziana, ci dice, «del diritto
romano non è fatta menzione: qui esso non aveva autorità giuridica. Aveva unicamente autorità dottrinale, in quanto si conformava ai dettami della  naturale giustiziae dell’equità:
per ciò solo insegnavasi nell’Università di Padova e nelle altre scuole legali».
Con il Rinascimento, l’ordinamento veneto si sviluppa attraverso l’intensa attività legiferante dei Consigli, sicché le distanze con il Diritto Comune si allungheranno ancor più. Si affaccerà, piuttosto, un nuovo problema: la vigenza di quest’ultimo nello Stado da Tera. Nelle città di Terraferma accorpate tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento i pregressi statuti locali, che furono riconfermati dalla Serenissima, facevano sempre riferimento agli istituti giuridici d’epoca imperiale, naturalmente d’ispirazione romanistica. Di questo la Repubblica terrà conto, dando attuazione a leggi romane laddove ciò serviva ad applicare la norma giuridica locale. Ciò poteva accadere in quanto l’ordinamento veneto era di stampo federale e i diversi “Rettorati”, corrispondenti grosso modo alle province di oggi, detenevano il regime giuridico, in parte diverso dalla Dominante, stabilito negli Statuti locali.
Infine,  nel  Settecento  vari  studiosi  veneziani  –  un esempio  per  tutti,  l’avvocato  Marco Ferro – riprendono a confrontare la legislazione veneta con quella romana nella prospettiva
di un riavvicinamento, ma tale elaborazione resteràsenza esiti pratici. Per paradosso, questo  dibattito  sul  recupero  del  Diritto  Comune  prende  impulso  per  preparare  una  riforma
dell’ordinamento che rimanesse nel solco della tradizione, quasi a schivare le istanze rivoluzionarie propugnate dagli illuministi, o “novatori”, come li si chiamava allora.
Sia il Diritto veneto, sia quello romano, sono visti come espressione del Diritto Naturale.
Persino nel Settecento, però, una buona parte tra gli studiosi e i giuristi veneti insiste sulla superiorità del Diritto veneto rispetto a quello romano. Non solo!
Negli  ultimi  decenni  della  nostra  Repubblica,  autori  come  Giuseppe  Pavissi,  il  venetosloveno Antonio Podrecca, Giovanni Maria Negri, Jacopo Filiasi insistono a negare qualsivoglia derivazione storica del Diritto veneto da quello romano. I miei studi danno loro piena ragione: lo Ius Patrio tra i Veneti si forma sulla base della loro Civiltà assai antica e anteriore a quella romana. Per tutta la durata dello Stato Veneto l’influsso romano si dispiega ad un
livello marginale, in quanto resta confinato all’insegnamento universitario, mentre i richiami allo Ius Comune danno luogo a sporadiche applicazioni in giudizio.
SCARSA FORTUNA DEL DIRITTO ROMANO NELLE VENETIAE
La romanizzazione del diritto nella Penisola è spesso data per scontata, ma è un fatto assai poco dimostrato. I Veneti e in varia misura gli altri popoli conobbero il Diritto romano
soprattutto dopo il Mille, grazie all’attività delle prime Università, che presero a commentare i testi giustinianei del Corpus Iuris Civilis.
Di  solito  l’attribuzione  della  piena  cittadinanza  romana  ai  cittadini  della  provincia  della Gallia Cisalpina è fatta risalire alla Lex Roscia, varata da Giulio Cesare nel 49 avanti Cristo.
Questo atto fu ben lontano dal sostituire il diritto locale con quello di Roma; persino la Constitutio Antoniana del 212 d.C., che provvide a concedere la cittadinanza a quasi tutti gli
abitanti dell’Impero, non impose affatto nuove leggi ai popoli riuniti sotto la sovranità romana, perché essi continuarono a vivere con i diversidiritti nazionali, tanto più che Roma si era
sempre regolata secondo il principio della personalità del diritto.
«L’effetto logico della constitutio – spiegava il prof. Roberto Bonini dell’Università di Bologna – sarebbe stato che tutti i neo cittadini applicassero il diritto romano, ma a questo punto
si apre il conflitto, in quanto queste popolazioni  non volevano il diritto romano perché erano
abituate da sempre a vivere secondo un diritto nazionale profondamente diverso … per cercare di attenuare questo contrasto … la teoria più diffusa è quella della ‘doppia cittadinanza’… il provinciale, divenuto cittadino romano, non si sarebbe vista tolta la sua vecchia cittadinanza, ma si sarebbe vista aggiunta alla vecchia la nuova cittadinanza romana».
La  musica  non  cambia  neanche  con  l’invasione  bizantina  della  penisola  italica,  trecento
anni dopo la Constitutio Antoniana. Nel 554 l’Imperatore Giustiniano emanava la Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii, con cui estendeva alla penisola italica “l’osservanza dei decreti e delle leggi contenute nei nostri codici”(§ 11), a conquista militare avvenuta. Il titolo
assomiglia ad un richiamo propagandistico, suggerendo l’idea che l’editto fosse emanato “su richiesta  di  papa  Vigilio”,  affermazione  che  contrasta  con  il  reiterato  imprigionamento  del Pontefice a Costantinopoli e con la sua morte sopraggiunta poco dopo, mentre faceva ritorno  a  Roma.   Ad  ogni  modo,  le  condizioni  post  belliche,  che  condizionavano  il  precario  e frammentato dominio bizantino facente capo all’Esarcato ravennate, non permettevano di
impiantare un diritto diverso da quello da tanto tempo in uso presso ogni singola provincia.
Passeranno solo 14 anni dalla  Pragmatica sanctio  quando caleranno i Longobardi ad occupare quasi tutti i territori conquistati dai Bizantini. Già il 22 novembre 643 Re Rotari davanti all’assemblea generale del popolo, promulgava l’editto che trasformava in leggi scritte
le consuetudini giuridiche longobarde. Si rafforzava così il diritto barbarico; per garantire un minimo di convivenza tra le diverse etnie, cioè genti italiche da una parte e dall’altra Goti,
Longobardi e Franchi in successione,  fu  stabilito –anche in questo  caso  – il principio della personalità del diritto, secondo il quale le leggi da applicare non sono quelle dello Stato Sovrano, bensì quelle del gruppo etnico al quale si appartiene.
La Venetia maritima, cioè la fascia costiera che andava da Grado a Cavarzere, mantenutasi sempre  indipendente  dagli  anni  della  caduta  dell’Impero  Romano  (476)  alla  elezione  del primo Doge (697), resterà sempre ancorata a leggi che seguivano il principio opposto. Secondo uno storico del calibro di Enrico Besta, Venezia applicherà precocemente il principio giuridico in base al quale le leggi di uno Stato obbligano tutti coloro che vivono sul suo territorio, anche se stranieri: la territorialità della legge. Sin dalle origini i Venetici ribadirono così la propria Sovranità badando alla massima efficacia pratica del loro governo.
MOTIVI POLITICI NELL’AFFERMAZIONE DEL IUS PATRIO
Si è spesso spiegata l’autonomia del diritto veneto da quello romano con ragioni politiche: tra queste, spiccano due ordini di argomentazioni.
1. Daniele Manin, nel suo saggio  Giurisprudenza Veneta, afferma: «Venezia discostavasi dal costume degli altri popoli d’Italia, i quali consideravano le romane come le vere leggi
generali … e gli statuti municipali come semplici modificazioni eccezionali e locali; mentre in Venezia la romana reputavasi giurisprudenza straniera …indizio di sudditanza all’impero».
2. Secondo lo storico del diritto Pier Silverio Leicht «La ragione di tale singolarità veneziana  non  è  stata  chiarita.   La  più  forte  dovette  consistere  nella  resistenza  opposta  dai commercianti  e  navigatori  veneziani,  desiderosi  di  vedere  sollecitamente  sbrigate  le  loro
controversie, alla macchinosa procedura degli ordines iudiciorum».
Le spiegazioni di Manin e Leicht sono corrette. Laresistenza all’influsso romanistico, più che un partito preso, era il riflesso di una mentalità radicata che inclinava al fare da sé. Dopo il Mille, ai Venetici non convenne omologarsi agli usi giuridici della Romanità: un forte
senso di libertà li spingeva a valorizzare il proprio patrimonio giuridico. L’orgoglioso attaccamento alla Tradizione aveva generato anche gli strumenti per rispondere alle esigenze di
vita quotidiana. Tutto ciò combaciava a meraviglia con il principio di Sovranità, che Venezia tenne sempre a ribadire.
VERE ORIGINI DEL DIRITTO VENETO
L’ordinamento che ebbe vigenza sotto la Veneta Serenissima Repubblica prese le mosse da consuetudini antichissime. Il quadro della società venetica di Età preromana è stato descritto soprattutto nell’opera di tre studiosi sloveni, scomparsi di recente, Jožko Šavli, Matej Bor e Ivan Tomažič: emerge una forte continuità neltempo se si mettono queste scoperte in connessione con gli istituti giuridici altomedievali, descritti da due cultori della materia, Benvenuto Pitzorno e il croato Lujo Margetić.
Tenuto conto del salto cronologico tra l’età del Ferro (in cui si radicò il costume sociale) ed il Medioevo, dobbiamo constatare che i fattori sociali e culturali radicati tra i Veneziani – come l’elevata posizione sociale della donna, la fortissima spiritualità del popolo,l’inclinazione
alla democrazia e la tendenziale equiparazione dei  membri della famiglia – si spiegano solo come il portato di una civiltà preesistente. La struttura sociale venetica di età protostorica,
basata sul modello armonioso della comunità del villaggio, ha in questo senso plasmato i caratteri delle consuetudini veneziane.
Negli antichi Statuti veneziani rinveniamo uno spaccato della società e delle consuetudini medievali. Si è conservato, in particolare, un antico documento anteriore alla redazione di
questi testi ufficiali: si tratta dei pronunciamenti di giudici conosciuti come  Iudicia a probis iudicibus promulgata, tramandatoci in una trascrizione duecentesca di atti più antichi.
SPECIFICITÀ VENETA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA
In questo documento, lo  iudiciumnr. 51  proibisce la diseredazione del figlioin quanto il patrimonio appartiene alla collettività  familiare,  formata dal  padre,  dalla madre, dai figli e dalle figlie non maritate.
Secondo lo  iudiciumnr. 2, se  il padrefa testamento,  deve lasciare al figlio almeno una parte dei beni, tenendo conto di varie circostanze, in primo luogo del contributo lavorativo di ogni membro della comunità familiare. Proprio a causa della forte presenza nel diritto veneziano dell’idea del  patrimonio familiare, fino alla fine del secolo XII la divisione dei beni tra il padre ed il figlio ebbe un posto così importante nella vita delle famiglie veneziane, perché con la divisione il figlio usciva dalla comunità familiare. Tra i Venetici, il patrimonio familiare non apparteneva, quindi, al padre, come tra iRomani, bensì a tutta la famiglia. Solo con gli Statuti duecenteschi il diritto veneziano si avvicina in parte al Diritto romano, ma
ciò significa che la sua base e la sua origine sonodi tipo fondamentalmente diverso.
La dote romana differisce profondamente dalla repromissa  veneziana: la figlia, dopo aver contratto il matrimonio, dichiarava per iscritto diaver ricevuto la dote. Nel diritto romano la
dote si stipulava con il futuro sposo, invece nel diritto veneziano con la futura sposa. Nel diritto romano era la donna che spesso forniva la dote, nel diritto veneziano mai. Mentre nel diritto romano, fino ai tempi di Giustiniano, la dote è almeno giuridicamente proprietà del marito, nel diritto veneziano proprietario della repromissaè la moglie.
La  separazione del patrimonio muliebredai beni del marito a Venezia rimase sempre in vigore. Questa concezione impediva ai Veneziani di  concedere alla donna un diritto sui beni che il marito acquisiva durante il matrimonio, perché in tal modo la moglie si sarebbe impossessata  per  via  indiretta  di  beni  non  suoi.  Dopo  lo scioglimento  del  matrimonio,  avvenuto con la morte del marito, a Venezia si apriva una complicata procedura, nella quale si stabiliva l’ammontare della dote.
Esisteva un istituto giuridico chiamato  grosina, ovvero  pellicia vidualis, che consisteva nel diritto della vedova di ricevere dall’eredità del marito oltre la dote, anche un incremento del 10%. Questo incremento rappresenta un riconoscimento del ruolo femminile, in chiave di attribuzione onorifica.
Il diritto veneziano conosceva un altro istituto che aveva lo scopo di aumentare le sostanze della donna, il dono del lunedì (donum diei lunae). Com’è noto, i matrimoni veneziani si celebravano la domenica e lo stesso nome dell’istituto indica che veniva effettuato solo dopo la prima notte di nozze. All’opposto a Venezia non c’è traccia della donatio ante (propter) nuptiasromana.
La  forte  connotazione  etnica  e  socio-giuridica  del  diritto  di  famiglia  e  successorio  sopra descritto rappresenta uno sviluppo delle usanze deiVeneti antichi.
SPECIFICITÀ VENETA DEL DIRITTO PROCESSUALE
Nel diritto processuale veneziano  le distanze con quello romano si fanno abissali. Nella
prima fase del procedimento, secondo la forma data  da Giustiniano al diritto postclassico,
il procedimento comincia con il c.d.libello, cioè con  uno scritto nel quale l’attore espone
brevemente la fattispecie del suo rapporto con la controparte e chiede alla corte di notificarlo  all’avversario.  L’attore  inoltre  s’impegna  con  una  cauzione verso  la  controparte e con l’organo giudiziale chiamato  exsecutor, di effettuare entro due mesi la c.d.  litis contestatio; se non lo farà, dovrà risarcire i danni all’avversario per il doppio dell’ammontare. Infine  l’attore”a rischio della cancelleria giudiziaria”  promette attraverso garanti di condurre la lite fino alla fine e, in caso d’insuccesso,  di versare il 10% dell’ammontare stimato della vertenza. In seguito l’exsecutor notifica il libello alla  controparte ,che  dispone di 20 giorni per decidere se entrare nella vertenzao riconoscere il contenuto della domanda o forse venire ad un accomodamento. Se egli decide dientrare nella lite risponde per iscritto e promette con garanti che resterà in giudizio finoalla fine con la cautio iudicio sisti.
La procedura veneziana altomedievale è costruita su basi profondamente diverse. La differenza  principale  è  che  l’attore  veneziano  non  era  obbligato  a  redigere  il  libello,  anzi,
non era obbligato neppure ad indurre oralmente le ragioni per le quali citava il convenuto(causam dicere) fino alla prima udienza.
Il convenuto poteva rendersi contumace alla prima udienza senza subire alcun danno.
Se il convenuto non si presentava neanche la terza  volta, la corte continuava con il procedimento in presenza dell’attore ed emetteva la sentenza in base alle prove fornite da questi. Se invece il convenuto si presentava, aveva ildiritto di chiedere la proroga di 8 giorni
dell’udienza (il c.d. induciam petere pro advocatore). Inoltre, nel Diritto veneto non esisteva la  litiscontestatio, momento cruciale del processo romano nel quale sistabiliva il rapporto contenzioso con le relative conseguenze, e non esisteva neanche la  cautio iudicio sisti  romana, come non si trova traccia del giuramento delle parti sulla loro convinzione del loro diritto (il c.d.  iusiurandum calumniae). Eppure, non solo il diritto giustinianeo, ma anche il procedimento franco-longobardo a partire da Carlo Magno conoscevano il giuramento summenzionato!
A  differenza  del  procedimento  giustinianeo,  dove  il libello  e  la  risposta  del  convenuto avevano un posto preponderante, a Venezia non esistevano questi preliminari scritti dalle parti.   A  causa  della  mancanza  di  questo  laborioso  procedimento  preliminare,  a  Venezia doveva necessariamente sparire anche il ruolo decisivo della cancelleria giudiziale, che invece  rappresenta  uno  dei  pilastri  del  procedimento  giustinianeo  dove  la  cancelleria,  tra
l’altro, correva il rischio dell’eventuale non idoneità dei garanti. È presumibile che questa responsabilità  passasse  agli  illustri  personaggi  presenti  al  placito  (o  Arengo,  l’assemblea
generale che gestiva l’amministrazione della giustizia).
SPECIFICITÀ VENETA NEL REGIME DELLE OBBLIGAZIONI
Le obbligazioni occupavano un posto vitale nella vita quotidiana e quella giuridica. Una prima questione riguarda il problema della nascita  dell’obbligazione giuridicamente valida.
È  noto  che  il  diritto  romano  creò  il  tipo  di  contratti  consensuali  che  si  stipulavano  con  il semplice consenso. All’opposto, i diritti altomedievali consideravano perfezionati solo quei contratti nei quali le parti contraenti avevano osservato alcune forme prescritte dal sistema giuridico, ovvero, nei quali almeno una delle parti avesse eseguito – o almeno iniziato ad eseguire – la sua prestazione. Lo stesso accadeva nel diritto veneziano.
I  contratti obbligatori richiedono – oltre il consenso – un elemento giuridico addizionale, cioè o i garanti o la consegna della merce o la costituzione di un pegno o il trasferimento effettivo di denaro a titolo di mutuo.
Non si menzionano né contratti senza forma, né quelli nei quali non avviene la consegna dell’oggetto dell’obbligazione. Nella raccolta più antica di usi giuridici veneti, il c.d. Parvum Statutum di Enrico Dandolo, non si trova una sola disposizione che si riferisca a contratti
consensuali tra le parti, mentre c’è un gran numero di disposizioni che partono dal presupposto che una delle parti abbia eseguito la prestazione.
Anche per la semplice compravendita si può constatare lo stesso.  Non basta- come nel diritto romano classico e in parte in quello giustinianeo –  che le parti si siano messe d’accordo sui punti essenziali. Per la validità della compravendita veneziana si  richiedeva che, per esempio, il venditore consegnasse l’oggetto venduto al compratore.
Qualora, per una qualsiasi ragione, o l’una o l’altra delle parti non potesse effettuare la pronta prestazione e ciononostante le parti desiderassero dare al contratto la piena validità giuridica, nella Venezia medievale le parti si servivano di formalità complesse: il mediatore,  il  fideiussor,  la  fides,  il  simbolico  “taglio”  delle  mani  congiunte,  ecc.   Tutte  queste formalità nel loro insieme si chiamavano vadia, termine di provenienza germanica (Wette),
o vadimonium, nella forma romanizzata.
La stessa struttura dell’obbligazione si ritrova nei contratti commerciali:  il  transmissum, la rogadiae la collegantia.
Il  transmissum  rappresenta il più elementare strumento nel traffico di merci: una persona chiede a un’altra di portare, in occasione di  un suo viaggio, un oggetto alla stessa destinazione.
I più antichi usi giuridici veneziani contemplano anche la  rogadia: una persona s’impegna a trasportare l’oggetto e contemporaneamente a  eseguire qualcosa per un’altra (causam facere). Qui si richiede che sia la stesura del contratto sia la consegna dell’oggetto si effettuino davanti a testimoni. Anche questo contratto si stipulava oralmente e il consenso delle parti non è sufficiente.
I rapporti reciproci nel contratto chiamato  collegantia erano più complessi. Questo è senz’altro il più diffuso tra i contratti commerciali a Venezia fino alla fine del secolo XII. La
sua caratteristica principale è che  ambedue le parti contraenti contribuiscono con il capitale nell’impresa comune, ma che in linea di principio  una parte (lo stans, iactator) contribuisce con il doppio dell’altra(il  procertans, tractator)  la quale viaggia con il capitale(ovvero con la merce acquistata con i mezzi comuni) ed effettua tutte le transazioni commerciali necessarie. Il guadagno, poi, era diviso a metà.
DERIVAZIONE DEL PIÙ ANTICO DIRITTO CRIMINALE VENETO
L’unico campo in cui si rinviene la pregnante derivazione da quelle bizantine delle leggi
in uso tra i Venetici è il diritto penale.  La già vista  Promission del maleficio si ispira infatti alle concezioni penalistiche elaborate sia nell’Impero Romano d’Oriente, sia nel regno dei Franchi. In questo ambito, la concezione giuridica altomedievale dei Veneti non conosce
ancora il peculiare uso dei poteri discrezionali ed equitativi, che si affermeranno in seguito.
Il patrimonio era difeso con grande severità, in quanto costituiva la base materiale della famiglia  e  della  sua  immagine.  Anche  il  possesso  di beni  mobili  nella  vita  quotidiana  era
fonte di sicurezza per sé e per i congiunti. Secondo Margetić, «la graduazione delle pene, dipendente  dal  valore  dell’oggetto  rubato  e  dalla  recidiva  è  caratteristica  di  molti  sistemi
giuridici  medievali.   Qualcosa  di  simile  si  trova  già nei  capitolari  franchi,  ma  a  Venezia  si tratta di indubbia influenza del diritto bizantino,  dove soprattutto a partire dall’Ecloga del
726 sono state introdotte pene di estrema crudeltà».
Enrico  Besta  è  invece  convinto  della  derivazione  della   Promission  del  maleficio dall’ordinamento dei Franchi: «Ed è probabile per non dir certo che in Venezia abbiano avuto autorità anche i capitolari carolingi. Un indizio  fortissimo; se non addirittura una prova
inconfutabile, ci offre il Chronicon altinate. Esso  c’informa infatti che ai tempi di Beato ed Obelerio dogi il ladro era punito la prima volta con l’avulsione di un occhio o col taglio della mano, la seconda con l’accecamento completo, la terza con la forca. Già il Simonsfeld l’ha
notato: la rigida norma è derivata dal capitolare pubblicato ad Haristall il 779. L’influenza delle  leggi  carolingie  sul  diritto  penale  di  Venezia  risulterebbe  del  resto  anche  solo  dalle
promissiones de maleficio. Ma v’ha di più: lo stesso Chronicon altinate ci avverte esplicitamente  che  i  tribuni  de  romana  autem  sive  de  salica  traxerunt  legem.   L’affermazione  del
cronista, di poco posteriore all’età descritta, è degna di fede». Persuade poco il metodo usato da Besta quando in forza di pochi isolati dettagli attribuisce la paternità di questo o di
quell’istituto giuridico ad ordinamenti stranieri.
Puntuali  appaiono,  invece,  le  obiezioni  mosse  da  Benvenuto  Cessi:  «Il  Simonsfeld, nell’edizione di detta cronaca, riferisce il n° 12 del Capitolare Longobardicum di Haristall del 779. Che una certa rassomiglianza esista fra le due disposizioni, non si può negare: pene
mutilatrici (non certamente le stesse) nell’una e nell’altra, pena di morte in caso di recidiva.
Ma noi possiamo osservare di rincontro che anche nella legislazione bizantina tale sistema di pene troviamo comminate per detto reato. Con questa differenza, che mentre tali disposizioni nel diritto bizantino ci si presentano come compenetrate in tutto il sistema penale,
nel diritto carolingio ci si mostrano leggere e troppo superficiali incrostazioni che non riescono ad intaccare il concetto informante la legislazione germanica». Così conclude: «Nel
diritto germanico pure incontriamo tali pene, ma il ritrovarle nel diritto carolingio, non nelle altre leggi germaniche, che meno poterono sentire l’influsso del mondo romanico, ci fa sospettare che a tale influenza esse siano dovute».
La morale è eloquente: non ha senso far risalire ai Franchi l’introduzione nelle  Venetiae di norme che questo stesso popolo germanico aveva mutuato dai Bizantini.
È il caso di notare che proprio il campo giuridico penalistico sarà quello dove si verificheranno, dopo il Medioevo, le più profonde trasformazioni nelle concezioni giuridiche di fondo. Sarà abbandonato il sistema bizantino “a tariffario”, che con rigidità fa corrispondere
una certa pena corporale al corpo del reato; nella giurisprudenza veneta faranno il loro ingresso  concezioni  assai  più  evolute,  che  da  una  parte  sposteranno  il  rilievo  giuridico dall’elemento materiale a quello soggettivo (cioè l’intenzione del reo), in vista di una rinnovata concezione della pena che privilegerà la funzione di prevenzione a discapito di quella retributiva, dall’altra si rafforzeranno gli strumenti equitativi e discrezionali del giudice, in modo da produrre una giustizia più aderente ai casi concreti.
CONCLUSIONI
L’ampio quadro descritto in questo nostro esame comparato tra Diritto veneto e Diritto romano dimostra con criterio scientifico che la pretesa derivazione dell’uno dall’altro (ancorché spesso accampata anche nel lontano passato, per dare “nobiltà di natali” alla Veneta Nazione) non trova riscontro scientifico nei documenti, che raccontano un’altra storia.
I Veneti sono un popolo più antico dei Romani, quindi è nell’ordine delle cose che abbiano elaborato proprie consuetudini che nei secoli si evolsero, risentendo di vari influssi; quello romano si mantenne marginale, in quanto confinato in un generale piano culturale, divenendo, in particolare, oggetto di studio presso l’Università di Padova.
Il Diritto Veneto mantenne i suoi caratteri originali essendo in grado di svolgere la sua funzione sua propria di garantire il buon ordine sociale, perpetuando la Tradizione e affermando la Sovranità.
I cospicui materiali giuridici lasciati dalla Veneta Serenissima Repubblica ci restituiscono l’anima di una Nazione storica, saldata su principe valori insostituibili; il loro studio va coltivato con amore, come premessa di un futuro dignitoso per il nostro popolo.

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